Venezia vista con gli occhi dei veneziani e dei turisti

(foto di Giampietro De Angelis)

di GIAMPIETRO DE ANGELIS –

Sul finire degli anni ’70, allora giovane studente universitario, presi il treno da Bologna con una buona motivazione: andare alla Biennale d’Arte a Venezia. Entrambe, l’esposizione d’arte e la città lagunare, erano la mia prima volta. Con gli occhi del ventenne o poco più, con la curiosità priva degli inutili fardelli dell’adulto, fu un’esperienza di quelle che lasciano più d’un segno. Ci sono fascini unici e sarebbe retorica superflua soffermarsi a descrivere lo stupore e la meraviglia nello scoprire la bellezza di tanti dettagli, la magnificenza e la grandezza delle opere umane, che siano palazzi o piazze, monumenti o chiese, distribuite tra i canali, in un connubio tale che non sai, e mai saprai, se sei più preso dalla nota romantica o da quella culturale. Da quella prima volta era passato un trentennio senza più visitare la città, per poi, in questi ultimi tempi, andarci in più occasioni e con soste più lunghe. Per comprendere che ci sono dei distinguo e molti volti, ci sono più letture: c’è la Venezia dei veneziani, ci sono turisti. Ci sono lunghe onde umane che sembrano essersi date tutte l’appuntamento negli stessi punti e stessi luoghi in qualsiasi giorno dell’anno, in qualsiasi condizione di tempo.

A partire dal Ponte degli Scalzi sul Canal Grande, nei pressi della stazione Santa Lucia, fino a quell’opera unica che è il Ponte Rialto, vedi solo gruppi, in un dedalo di lingue, che camminano come un’unica entità, intasando negozietti (belli, non c’è che dire), locali e ristoranti. E mangiando spaghetti o pizza alle 10 del mattino. E se ti fermi, vieni quasi travolto. Da Rialto a piazza San Marco c’è una maggiore dispersione tra calle e callette, tra i più piccoli canali, i “rii”,in un groviglio che, quando impari ad orientarti, finisci con l’amare. E poi ti stufi, di un certo modo di stare lì. Sì, dopo aver visitato la città più volte, dopo aver goduto di palazzi come il Grassi, della Basilica di San Marco e la sua ineguagliabile piazza sul mare, dopo aver visto il teatro della Fenice, l’antico Arsenale, le Gallerie d’arte, i grandi ponti monumentali e quelli più piccoli e romantici.

Dopo aver visto un po’ di tutto, tutto quello che è calamita per turisti, compreso le bellissime isole, da Burano a Murano, dalla Giudecca al Lido, dopo tutto questo ti chiedi: E i veneziani, la vita vera, la “loro” Venezia? Allora ti lasci andare, ti svincoli dal groviglio umano, esci dal serpentone, dalle pestate ai piedi, dalle casuali gomitate, dal vocio assordante e vai un po’ a caso, un po’ seguendo un’idea. Ti perdi facilmente ma ti ritrovi. E scopri la normalità che non eri pronto a scoprire. E proprio per questo tornerai a Venezia, per quella normalità, fuori dal clamore, e comunque diversa, perché in un contesto diverso. Per caso, vedi bambini che giocano a palla nella piazzetta con l’immancabile fontanella – e sembra un déjà-vu leopardiano –  bambine che si rincorrono ridendo, anziani seduti fuori dalla porta con lo sguardo all’orizzonte o su quei bimbi, lontano dagli occhi dei turisti, nella parte più esterna del sestiere. Incontri manager più o meno giovani, nelle loro mise professionali, che camminano veloci verso il loro studio. Per caso, e con meraviglia perché del tutto inatteso, scopri l’artigiano e la sua piccola falegnameria, come li vedresti in un qualsiasi borgo.

Vedi il fornaio al lavoro, scopri gli antichi granai e i grandi magazzini che sanno dei viaggi di Marco Polo, là in zona Fondamenta delle Zattere. Enormi e scarni edifici dalle grandi travi in legno a ricordarci la laboriosità della gloriosa Repubblica marinara. Quanta memoria silenziosa! E poi i giardini, appena fuori piazza San Marco. Pochi metri e quella grande calca umana si fa sempre più diradata fino a non sentirne più l’eco. Poche decine di metri ed ecco i Giardini della Marinaressa che ospitano spesso delle esposizioni. E nei pressi splendide ville e caseggiati colorati affacciati sui rii, con le loro barche ormeggiate a ridosso. E ti chiedi come mai non c’è nessuno lì, a guardare tanta bellezza. Infine, camminando nel sestiere Dorsoduro, lungo il rio San Trovaso, vedi prima la chiesa omonima e poi un piccolo cantiere navale, lo “squero”, risalente al 1.600. Forse l’ultimo esempio ancora attivo di un cantiere per gondole. Stupisce subito la forma della costruzione cantieristica che ricorda le case di montagna e ancor di più sorprende vedere al lavoro questi artigiani altamente specializzati che costruiscono e riparano le tipiche imbarcazioni, l’immagine stessa del turismo veneziano.

Ma poi, è inevitabile reimmergersi nel flusso, man mano ci si avvicina al Canal Grande. Dopo tanto girovagare in solitaria, anche tra le sedi universitarie della Ca’ Foscari, a respirare gioventù e la secolarità della cultura, ci si ritrova di nuovo gomito a gomito con americani del nord ma anche del sud America, europei occidentali e dell’est, asiatici del medio e lontano oriente. Ed emerge una nuova consapevolezza. Il turismo di massa non è più elitario da un pezzo, è sicuramente invadente ma… ha una sua bellezza. In pochi metri quadri incontri il mondo intero, senti parlare gli americani vicino ad un gruppetto spagnolo, mentre li attraversa una coppia francese che dialoga animatamente e un’altra coreana sta facendo un selfie con un nuovo aggeggio per distanziare il telefono. Tutto questo nella girandola delle culture che lì, a Venezia, trova pace. Come trovano facile convivenza le differenze degli abbigliamenti, in particolare quelli femminili. Del tutto naturale vedere, davanti la stessa vetrina ad osservare gli stessi originali anelli e bracciali, la ragazza musulmana con il suo hijab e quella indiana con il sari, l’europea con l’aderente abito corto. Forse Venezia va considerata bella anche in questo, nella sua capacità di accogliere ed essere specchio del mondo.

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(foto di Giampietro De Angelis)