Si viveva così, nell’intervallo tra il balocco e il mondo

di VITTORIO CAMACCI –

La fortuna di vivere bambini in questi paesi di montagna era quella di poter giocare in assoluta libertà. Il gioco è un repertorio prezioso che ci ha trasmesso un linguaggio, un sapere, un’esperienza, una memoria. Gli adulti che non hanno giocato da bambini saranno poi crudeli e maligni. Oggi i giochi sono prodotti dalle industrie, la TV ed i computer. Hanno ucciso la creatività dei ragazzi eliminando i segni educativi del gioco: il movimento, la comunicazione, la fantasia, l’avventura, la costruzione, la socializzazione. Un tempo con poco si sopravviveva alla noia. Noi giocavamo con i sassi, con i gessetti con cui segnavamo la “campana”. Creavamo così i nostri spazi, immensi giochi dell’oca che duravano una vita, vincevano la morte in un passare del tempo che volevamo non finisse mai. In questo regno diviso tra la natura e le case di pietra giocavamo all’infinito, in un tempo sospeso, magico, straordinario. Usavamo tutti gli oggetti possibili sequestrandoli agli adulti, imitavamo i loro movimenti ed i loro mestieri. Una volta comandati dal “terribile” Silvestro ricostruimmo un’indimenticabile parodia della “Festa Bella” con tanto di taglio e trasporto di un albero.

Giocavamo anche con le parole, con le filastrocche, con i simboli. Il gioco diventava così linguaggio, comunicazione, voglia di raccontare. Chi non ricorda il linguaggio “farfallino ” di Ada e Marina. La scuola era un impegno più che sufficiente, poi correvamo tra i vicoli, sui prati, nei boschi, a giocare simbolicamente, narrativamente. Ci raggruppavamo, ci relazionavamo. Crescevamo così, sottratti al tempo cronologico storico per entrare in un mondo fantastico in cui ci creavamo una nuova dimensione, che non era una perdita di tempo, ma un modo di crescere consapevolmente, liberamente. “Mantieni il tuo volto pieno di sole e non potrai vedere l’ombra”. I giochi li facevamo prevalentemente per strada e nei tanti spazi che la natura ci concedeva. C’ era il piacere di fare parte del gruppo, di mettersi alla prova superando le difficoltà.

Se pensiamo ai giochi di oggi, quelli elettronici, in cui il bambino non è soggetto attivo ma è spettatore, noi eravamo l’esatto contrario. Noi giocavamo con il mondo e la natura che ci circondava. Certo non ci mancavano le trottole, i palloni, le bambole ma quello che più amavamo erano i giochi tra di noi, tra le viuzze del paese. “Il nascondino”, ” l’acchiapparella” erano per noi una potente vaccinazione che ci liberava dai dolori, dai conflitti interni, dalle frustrazioni, dai rimproveri sbagliati e severi. Con il “nascondino” diventavamo arditi, coraggiosi, giravamo l’angolo delle cantonate, ci infilavamo nei fienili oscuri, negli anfratti, imparavamo ad allontanarci dalle certezze, dalla gonna materna.

Se oggi entriamo nelle camere dei nostri bambini, troviamo giocattoli sofisticatissimi, elettronici, artificiali, noi invece i nostri giochi li costruivamo da soli come “lu carrarmate” che era un rocchetto di legno vuoto, reso dentellato fatto muovere da un elastico avvolto in un bastoncino. Chi non ricorda poi la “lizza” che consisteva nel far saltare in aria un corto bastoncino battendolo al volo con un bastone ad una delle estremità per mandarlo il più lontano possibile (una sorta di baseball di casa nostra ). C’erano poi il “ruba-bandiera”, i “girotondi”, le figurine, le biglie, i tappi di bottiglia, le fionde, gli archi con le frecce, le slitte, la “cavallina”, “acqua, fuoco, fuochino”, la “moscacieca”, la corda da saltare, le cerbottane. Particolari erano anche i giochi delle feste: la corsa con i sacchi, il tiro alla fune, l’albero della cuccagna, lo “scoccia-pignatte”. Un altro giocattolo simpatico che creavamo da noi era “lu frulle” . Si prendeva un grosso bottone da cappotto o una castagna grossa o delle coccole di cipresso o anche una scatola vuota di lucido delle scarpe a cui si facevano due buchi. Si infilava in questi oggetti un pezzo di filo resistente che poi si annodava. Era una gioia sentirlo frullare tenendo il filo con le due mani.

C’erano poi giochi che accumunavano abilità e forza atletica come “lu infilà li zippe” da fare sotto ad un pagliaio di fieno. Quando il pagliaio era consumato e assomigliava ad un torsolo di mela ripetutamente morso, noi ragazzi dovevamo correre verso il pagliaio con uno “zippe” appuntito e contemporaneamente spiccare un salto, arrampicandoci per infilare il bastone più in alto possibile, fra gli starti di foraggio pressato. Quante matte risate per gli inevitabili capitomboli all’indietro. A volte prendevamo dei cerchi di botte di ferro e li facevamo girare con l’ aiuto di un bastone, era un particolare gioco di abilità con interminabili corse in discesa sognando di guidare in futuro una bicicletta o un motorino.

Uno dei giochi più antichi era “lu battimure” che si giocava all’aperto a ridosso di un muro, con monetine quando eravamo “ricchi” o con i bottoni quando i soldi li avevamo spesi per un gelato. Si trattava di lanciare, dopo un sorteggio con la conta delle dita, le monete contro il muro in un punto stabilito da dove dovevano rimbalzare al suolo chi riusciva a far cadere la propria moneta ad un palmo dalle altre se ne impossessava. Poi c’erano i giochi delle ricorrenze religiose come la “scuccetta” propria dei giorni pasquali. Il nome aiuta a capire il significato. Un uovo sodo tenuto ben stretto in mano, con la punta in alto, doveva esser colpito dall’ avversario con in mano un’ altro uovo sodo con la punta in basso. L’uovo che si rompeva diventava proprietà del fortunato possessore dell’uovo rimasto integro. Per i più bellicosi c’erano poi i giochi guerreschi come “lu schiuppitte” che era fatto da un pezzo di canna comune, un rametto flessibile, e per la “carica” dei cilindretti di legno. Con questa arma ecologica ed innocua organizzavamo appassionate gare di tiro al bersaglio o spietate caccia alle mosche.

Uno dei più “violenti” era invece “lu fetta-prisciutte” , molto apprezzato dai più dispettosi. La dinamica era semplice perché si doveva colpire con uno schiaffo la mano sporgente dall’ascella del prescelto che voltava le spalle all’ intero gruppo. Il colpito doveva indovinare l’autore dello schiaffo che avrebbe preso il suo posto. Il più pericoloso era senza dubbio la “mazzafionda”, che imitava la fionda biblica, la stessa con cui Davide uccise Golia. Questo strumento-giocattolo era molto utile per lanciare i sassi a distanza , spesso per richiamare i capi di bestiame che avevano sconfinato. Quando lo usavamo per giocare a ” guerra” ci lanciavamo palle di fango o di neve tra di noi. C’ erano anche giochi che imitavano il mondo circense come i trampoli. Si facevano con due rami robusti, tagliati in modo che due appoggi per i piedi sporgessero all’ interno. Con l’ aiuto di un compagno si saliva sopra tenendoli ben stretti al corpo con ambedue le mani. Si facevano poi corse gigantesche per i prati o per le aie rischiando cascatoni impressionanti. Costruivamo poi giocattoli “scientifici” come la “ventarola” con un’ elica di latta, ricavata da un vecchio barattolo, infissa su di un bastoncino per poi esporla al vento sui pali delle palizzate o dei fienili.

Praticavamo anche giochi atletici primordiali e divertenti come “lu sarda-fusse” ovviamente si dovevano saltare i fossi, possibilmente con l’acqua dentro, con inevitabili risate per chi finiva dentro l’ acqua, pure con un solo piede. E che dire dell’arrampicarsi sugli alberi a chi arrivava più in alto e le capriole fra i prati appena falciati ficcando il capo sui mucchi di fieno odoroso. Questi erano i divertimenti del mio amato mondo contadino-pastorale, ironico e semplice, caldo e profondo, velato d’ironia, che non si era ancora arreso all’industrializzazione, alla boria presuntuosa dell’ uomo moderno, potente, aggressivo, distruttore e dalla proposopea saccente. Cadranno i miti ridicoli dell’ uomo moderno, cadranno con la fine delle materie prime e arriverà l’inesorabile rivincita della natura. Allora via … “a tutta callara” verso l’ inevitabile sperando un’ improbabile rivincita dei tempi antichi, degli Dei caduti, stando ben attenti ad ascoltare fino in fondo la voce del passato: ha molte cose da dirci.

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