Capodanno ieri, oggi e domani. Con un pizzico di follia…

di GIAMPIETRO DE ANGELIS –

Abituati a credere che gli usi e i costumi del mondo occidentale moderno siano diversi dalle tradizioni di altre culture e altre epoche, potremmo essere indotti a pensare che questo valga anche per il Capodanno.
Certo, gli aspetti folcloristici e i contorni cambiano, così come cambia anche la data, in alcuni casi, ma restano sostanzialmente invariate le ragioni per cui il passaggio dal 31 dicembre al 1 gennaio (per il calendario gregoriano) non è semplicemente la calendarizzazione del tempo ma un vero rito che trova radici al contempo storico-ancestrali e psicologiche.
Dai babilonesi ad oggi, ovunque si voglia guardare, notiamo che le comunità hanno bisogno di chiudere un periodo e aprirne un altro. Al primo si affidano i resoconti e le analisi, al secondo la progettualità, le speranze, le intenzioni, le previsioni: insomma, una nuova vita, nuova linfa vitale e rinnovata energia.
C’è bisogno di una demarcazione, una separazione netta tra quanto deve restare nel passato e ciò che dovrà essere implementato o avviato. Questo vale per il lavoro, come per i sentimenti.
Se ci trovassimo nell’antica Roma, parteciperemmo alla simbologia dell’espulsione dove una persona molto anziana viene rivestita di pelli e sospinta fuori le mura della città: il vecchio anno se ne va, e con esso gli errori, le spigolosità, i torti. Qualcosa di simile accade ancora in Scozia, quasi una consecutio antropologica: le persone camminano in processione, seguendo un uomo coperto con una pelle di bue, con la variante che ognuno cercherà di toccare la veste come rito augurale, per garantirsi salute e fortuna. Di là si cacciava via, qui si inizia. Da una parte si butta, dall’altra si cerca luce e rinnovamento. Infatti, la processione è nella direzione del sole.
Restando nell’antichità romana, si salutava il nuovo anno con le strenne, in omaggio alla dea Strenia. Lo scambio dei doni, nel tempo, è stato sostituito dallo scambio di auguri e nel consumare insieme la cena che fa da ponte tra i due tempi, con il brindisi di mezzanotte e le lenticchie che ancora oggi simboleggiano la prosperità e il successo. Significato analogo ha il mangiare l’uva passa. Le ritualità non si limitano a questo: nella tradizione odierna si è soliti indossare l’intimo rosso e, nello scambio degli auguri, ci si abbraccia e bacia come buon auspicio. Nel caso della coppia, particolarmente seguita è l’usanza di baciarsi sotto il vischio. Da sempre, questo arboscello è una pianta augurale, sacra ai druidi e utilizzata per le purificazioni.
L’aspettativa della prosperità e della liberazione da malattie e sventure è molto sentita ovunque. Probabilmente è il fil rouge storico-temporale che abbraccia idealmente i popoli di ogni periodo e ogni luogo. Per facilitare il compito agli dei, o alla fortuna, si sono sviluppate abitudini, in parte tramandate o modificate. Nell’antichità venivano gettati i cocci a mezzanotte. Tale azione ha attraversato i secoli ed è tuttora vigente in alcune città. I moderni “botti” si caricano dello stesso significato.
Una bella tradizione, che anch’io ricordo e che forse si sta perdendo, è quella di far caso alla prima persona che si incontrerà per strada, all’inizio del nuovo anno. Le simbologie associate cambiano da regione a regione, con alcuni riferimenti comuni. Incontrare un anziano, ad esempio, vien visto come segno di lunga vita. E, per carità, che non si incontri un prete!
Il Capodanno, in ultima analisi, significa questo: rinascita di sé, di un’idea, un progetto, un amore, un ideale, tanta voglia di scaricare le tensioni e lasciarsi un po’ andare ad un pizzico di follia.