La yucca brevifolia e le sue simbologie

di GIAMPIETRO DE ANGELIS –

Le vaste praterie americane, a noi europei, fanno sempre un po’ sognare. Sarà il mito della frontiera, sarà quel sogno americano che, nonostante tutto, mantiene il suo fascino. Il fascino dei grandi spazi, delle fattorie, di una certa natura selvaggia, talvolta arida in taluni territori ma pur sempre natura viva e dominante. Sì, parliamo di stati come l’Arizona e il Nevada con le loro Montagne Rocciose, care ai Nativi Americani, ma anche della California con le sue rive nell’Oceano Pacifico. Che hanno in comune questi stati? Sono i territori dove è diffuso un albero singolare che sembra essere disegnato da un creatore bizzarro o distratto: la yucca brevifolia. È una pianta che può raggiungere i 15 metri e superare svariati secoli di vita se le radici riescono a penetrare in profondità in quei terreni desertici. Addirittura, c’è un parco ad essa dedicata, con un nome particolare e che dà lo spunto alle nostre argomentazioni e riflessioni: Parco nazionale del Joshua Tree.

Intanto diciamo che questo immenso parco desertico è considerato un monumento nazionale che ha l’obiettivo di preservare e tutelare il deserto della California. Perché mai? Perché la storia del pianeta passa anche attraverso le grandi formazioni rocciose di quell’area, vecchie di milioni di anni. La yucca brevifolia, da tutti chiamata Joshua Tree (l’albero di Giosuè) sembra fatta apposta per vivere in quei luoghi tra rocce e deserto. Lì, e solo lì, con tutto il loro carico simbolico. In principio furono gli antichi abitanti della tribù di Cahuilla ad interessarsi di questi strani alberi, ma furono i Mormoni, successivamente, che attribuirono significati particolari. Anche gli U2, la band irlandese, si interessò all’albero, dedicando un intero album, “The Joshua Tree”. Ma cos’ha di così particolare la yucca brevifolia?

Si narra che i gruppi di coloni mormoni, dovendo attraversare il deserto del Mojave, intorno alla metà dell’800, furano attratti dalla particolare forma della pianta dandole quell’appellativo perché suggeriva passaggi biblici. Ricordava Mosè che pregava alzando le braccia al cielo, e quando questo accadeva Giosuè vinceva le sue battaglie. Secondo un’altrainterpretazione, e ci sembra più attinente e interessante, è Giosuè stesso ad alzare le braccia al cielo per indicare agli Israeliti la via per la Terra Promessa. Ecco, dunque, la terra promessa in quel protrarre i rami al cielo, in quel ricordare che cielo e terra si nutrono attingendo l’uno all’altro. Ciò che è materia ha bisogno dello Spirito, ma anche ciò che è spirituale necessita della materia per potersi palesare.

La yucca brevifolia va in alto come in basso, quasi allo stesso modo. I rami somigliano alle radici. Il protrarsi al cielo corrisponde al radicare in profondità, a cercare stabilità e sostentamento, come a suggerire e suggellare un concetto semplice ed essenziale: ogni sforzo verso alto ha l’equilibrio nel suo opposto, non si può salire se non si sa scendere. Cielo e terra sono le due parti di un’unica grande visione spirituale. James Hillman, nel suo straordinario saggio “Il codice dell’anima”, afferma che per ascendere occorre prima discendere. Non si salgono le vette se non si guarda dentro di sé, non si diventa asceti se si ignorano le proprie debolezze e non si fa pace con paure e frustrazioni. Solo abbassando prima lo sguardo si può poi guardare in alto con l’umiltà e la consapevolezza necessarie.

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