“L’infante” e la poetica di Francesco Casagrande

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Francesco Casagrande nella redazione del Graffio.online

di ROSITA SPINOZZI –

C’è davvero tutta l’anima di Francesco Casagrande nelle trenta poesie che danzano leggiadre all’interno della raccolta “L’infante”, opera prima dell’autore che verrà presentata sabato 19 gennaio alle ore 17 nella Sala Consiliare del Comune di Grottammare. Una pubblicazione concepita come atto d’amore nei confronti della natura, elemento portante di tutti i versi, dove Francesco si immerge con spirtito limpido dando la propria visione ancestrale del territorio in cui è felice di vivere e trasmettendo al lettore, attraverso la sua raffinata poetica, un’immagine lieta e prospera, con richiami bucolici e folcloristici. Il titolo stesso, “L’infante”, è emblematico. Riporta, infatti, al fanciullino di pascoliana memoria. Una metafora perfetta per definire Francesco che conserva ancora intatta la meravigliosa capacità di saper guardare il mondo con lo stesso stupore dei bambini, senza però rinunciare alla consapevolezza del presente e con i piedi ben piantati nella sua amata terra.

Le poesie che compongono “L’infante” vivevano già nella mente creativa di Casagrande che, come coronamento dei suoi trent’anni, ha sentito l’esigenza di imprimerle su carta tra l’estate e l’autunno del 2018. Il risultato, a parer mio, è meritevole e degno della massima attenzione perché offre una chiave di lettura per entrare generosamente nei meandri dell’anima di una persona che noi tutti a San Benedetto del Tronto conosciamo soprattutto in virtù della sua attività nel teatro dialettale vissuta con la Ribalta Picena e nelle varie rievocazioni storiche cittadine, in primis “Natale al Borgo”, per arrivare a recitare al fianco di Emilio Fabrizio La Marca, nipote degli indimenticati fratelli Giuffrè, il quale è rimasto piacevolmente colpito dalla sua vis comica.

Ebbene Francesco è anche un bravo poeta, perché scrive attingendo direttamente dal cuore. Interessante l’utilizzo di termini arcaici, forbiti, rari come perle preziose in un massificante linguaggio giornaliero. Parole più grandi di lui, difficili da associare ad un giovane uomo, ma collocate con estrema sapienza al punto tale da conferire vigore e bellezza a quei versi in cui Francesco ci ricorda  l’importanza del rispetto della natura, della fede, della serenità e quanto sia liberatorio avere lo sguardo del “fanciullino”. Dire che, ai nostri giorni dominati dall’eccesso, questo richiamo alla “normalità” di Casagrande appare quasi come un atto di coraggio.

“L’infante” si avvale di prefazioni autorevoli come quella del prof. Gino Troli che ha avuto Francesco Casagrande come alunno alle superiori; dell’archietto Daniele Paolini (“Le poesie di Francesco abitano misteriosamente nelle parole che le compongono, come anime dentro i corpi. Le loro rime sanno toccare con naturalezza le corde dei cuori sensibili facendoli vibrare con armonie antiche e stranamente familiari”); dell’attore e regista Emilio Fabrizio La Marca; della poetessa Maria Rita Massetti; del presidente dell’associazione Ribalta Picena, Giancarlo Brandimarti; dell’amico carissimo e “funambolico sognatore” Claudio Pellei che lo ha argutamente definito “Don Chisciotte contemporaneo”. Francesco è lusingato da queste attenzioni nei suoi confronti, e nel nostro incontro in redazione confessa di avere scritto da sempre poesie, fin dall’adolescenza.

Poesie che non hanno mai preso il volo e sono rimaste nel cassetto. Ed ora sente di aver raggiunto la maturità necessaria perché questi suoi nuovi versi, a differenza di quelli scritti da ragazzo, possano finalmente raggiungere i nostri cuori. “Terrae” è la poesia a cui sente di somigliare di più. La terra, infatti, è per Francesco simbolo delle proprie radici. Non a caso ha dedicato la sua tesi di laurea in beni culturali alle tradizioni popolari e carnascialesche di Offida, luogo di nascita paterno. Ed è immerso nella natura, nei boschi, tra le viti, con i piedi ben ancorati a terra che Francesco trascorre il suo tempo libero in compagnia degli amici più cari. Perché la felicità, dopotutto, è una cosa semplice.

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