“Purple Circus” di Giorgia Spurio, il pensiero che si fa parola per cambiare la realtà

di GIUDITTA CASTELLI –

“Purple Circus” è la nuova raccolta poetica di Giorgia Spurio, edita da Polissena Fiabe e Poesie di Annalea Vallesi. La silloge è stata presentata domenica 17 dicembre presso la Libreria Prosperi di Ascoli Piceno. Di seguito la recensione di Giuditta Castelli – sociologa e giornalista – che ha curato la prefazione del libro –

Il pensiero che si fa Parola, non solo per mostrare, ma anche per denunciare e ribellarsi a una realtà che non si può accettare e che va cambiata: è questo il tratto distintivo della nuova opera poetica “Purple Circus” di Giorgia Spurio. Ma quale pensiero? Il pensiero sogno, il pensiero visionario, surreale o il pensiero emotivo e nello stesso tempo cognitivo e reale? Nella creazione, tutta personalissima, di immagini grottesche, esagerate di memoria felliniana; attraverso l’uso di una simbologia, a volte ripetitiva, dove visione e realtà si riflettono nella Parola Specchio, c’è il chiaro intento di denuncia e l’impegno, non solo intellettuale, di cambiare l’esistente dove dominano gli strateghi del consenso. In “Purple Circus”, i clown sono gli strateghi, le maschere di viso d’angeli e di innocenti infanti, che con artefici dispensano sorrisi e ilarità, promesse di felicità apparente, rubano il cervello e il cuore degli spettatori, massa anonima eppure aggressiva e irosa quando gli strali sfiorano le pupille, l’unico dolore proprio e non altrui di cui si ha percezione. Il mondo, il nostro mondo, dice la Spurio, è la sintesi esatta fra palcoscenico, il Circus, e il suo popolo, la Platea. “[…] // E del proprio viso, truccato/ la vergogna strilla al pudore/ e l’innocenza urla/ al bambino all’angolo dei cuori, /” (Nella bocca del Circo)

Quando il volto imbiancato di bimbi trasuda e si dissolve, solo allora traspaiono falsità e ingordigia, i piani di morte. Sono i clown che tirano le fila, circondati da sudditi sottomessi, impauriti, pusillanimi, vigliacchi, impotenti. Il pubblico non è che una massa anonima che plaude a comando, senza pensiero se non il proprio beneficio. Una buffonata, dove anche Dio è morto. Dio è morto negli angoli dell’apparenza di una religiosità farsa. Dio c’è nel cuore di chi si anima per restituire luce ai sogni, l’innocenza e la purezza a una umanità che ha sotterrato il bambino che è in essa. Il bambino, simbolo di purezza di cuore, senza le mani sporche di sangue, ma anche ricco di creatività, di immaginazione, di dinamismo nella ricerca di amore. Sogno e realtà, amore e odio, nero e bianco, luce e buio, primavera (La trapezista) e inverno, dicotomie che si sviluppano attraverso la creazione di immagini surreali, paradossi, chiasmi e ossimori. La pece che scende dal cielo, gli uccelli senz’ali che si involano verso la luce.

Tutta l’opera affronta così temi, non solo intimi (Strane note di notte/…rosicchiano i tormenti, // Quante volte/ mi avete frustrato con le parole, / con le smorfie, / con le falsità. // Ma… non voglio paure,/ (Funambolo rosa), ma sociali: l’attualità a partire dai terremoti del 2016 che hanno rappresentato un enorme trauma per la comunità colpita che si porta dietro come una cicatrice, la disumanizzazione di internet e di uno sviluppo incontrollato della tecnologia a discapito dei diritti umani. La violenza sulle Donne è il tema ricorrente. Esso va dalla mortificazione, all’assassinio, alla speranza: “Distesa come uno stelo, / la campanula appassita, così/ l’anima, come una donna, ed attorno/ le risa dei clown.” (L’occhio del rimpianto). “[…] al petto di un Quasimodo/ morto sul corpo di una donna/ già uccisa” / (I Leoni) . “Acquario di illuse libertà” (La Ballerina degli incanti). Ed anche la speranza: “[…] // Perché custodiscono il metallo/ prezioso del germe/ dove metamorfosi/ li trasformerà in spose/ ed il coraggio li accoglierà/ come il re stridulo dell’invisibilità.” (Nella bocca del Circo)

La denuncia del pregiudizio e degli stereotipi si respira a ogni verso, cosi come quello sulla Natura vittima, e non maligna di Leopardiana memoria, e sulla sofferenza degli animali, questi non assumono solo un significato simbolico, privati della libertà, della vita, della loro essenza di esseri senzienti: “Big Mary”. “Purple Circus” non è solo frutto della immaginazione e della padronanza della scrittura della poetessa Spurio, della sua predisposizione visionaria tutta felliniana, ma della chiara volontà, attraverso la denuncia, di impegno nell’azione per migliorare la realtà, il mondo di adesso, per restituire la speranza di un futuro migliore, più umano. E così che la Parola si fa Amore: ecco il riscatto che Giorgia Spurio invoca poiché anche se “Piove a dirotto…le stagioni girano toccando la luce” (Paolo Volponi, da “Il Pianeta Irritabile”. E “Così cadde a pezzi il Mondo/ con il suo padrone, signor Moneta.” (Il Circo Irritabile).

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