Intervista a Pierluigi Panza: «Raffaello, un profeta dell’amore e dell’arte»

di ELIANA NARCISI (ELIANA ENNE) –

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Docente universitario al Politecnico di Milano, scrittore, giornalista, autore di numerosissimi saggi e articoli, vincitore dell’European Union Prize for Culturale Heritage, il più importante premio nel campo dei Beni culturali, Pierluigi Panza ieri, sabato 22 agosto, è stato ospite della Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto nell’ambito della rassegna “Raffaello 2020” (ciclo di incontri a cinquecento anni dalla morte del Maestro Urbinate organizzata dall’associazione I luoghi della scrittura e dalla Libri ed eventi con il patrocinio dell’Amministrazione comunale e della regione Marche) per presentare “Un amore di Raffaello”. Ecco la nostra intervista.

Dove nasce l’idea di scrivere questo libro e come mai la scelta della forma del romanzo, anziché un saggio?
In realtà le fonti che abbiamo su Raffaello non sono così vaste: una serie di quadri la cui datazione è piuttosto vaga, un numero esiguo di scritti, due lettere, alcune annotazioni, circa dodici sonetti in stile petrarchesco. Se mettiamo insieme questo materiale, non riusciamo a scrivere una biografia a carattere scientifico, pertanto la scelta di utilizzare il romanzo mi ha consentito di utilizzare anche le notizie e le leggende sulla vita amorosa di Raffaello, le informazioni sulla Roma del Cinquecento, e colmare quindi le inevitabili lacune.

Voce narrante è Margherita Luti, che tutti chiamano Ghita. Chi è questa donna e come è entrata nella vita dell’artista?
La cosiddetta Fornarina, a cui è dedicata una tavola realizzata probabilmente nell’ultimo anno della sua vita, è una modella che alcuni studiosi e critici già nel tardo Ottocento riconducevano alla figlia di un fornaio di Trastevere. Esiste un documento che ne attesta l’ingresso in un convento nel 1520 tre mesi dopo la morte di Raffaello, accolta come si faceva con le vedove. Non abbiamo certezze, ma il quadro che la ritrae è un’opera privata, per l’epoca direi eversiva, non c’era motivo di avere una modella a bottega e utilizzarla non per ritrarre una Madonna o altro ma la modella stessa. La posa, l’allusione sessuale delle dita divaricate e una serie di altri indizi rinvenuti anche in altre opere ci portano a ipotizzare che fra i due vi fosse una relazione importante, anche se a bottega di modelle ne aveva più di una, numerosi indizi ci portano a supporre che intrattenesse altre occasionali relazioni, tant’è che leggenda vuole che Raffaello sia morto per “eccessi amorosi”.

Un uomo molto sensibile alle grazie femminili, ben distante dalla figura del “santino” che abbiamo studiato a scuola.
Anche molto ambizioso. Dal 1515 è il piuttore più importante di Roma. Giulio II lo chiama per ridipingere le stanze vaticane insieme ad altri celebri artisti, Raffaello affresca la Stanza della Segnatura e il Papa rimane talmente folgorato dall’opera realizzata da lasciar proseguire solo lui nel dipingere le stanze successive. Da una lettera che il pittore scrive allo zio sappiamo del suo impegno a sposare la nipote del Cardinal Bibbiena, numero uno della politica vaticana già durante il pontificato di Giulio II. Raffaello prende tempo, mira a una posizione più importante. Dopo la morte di Bramante diventa architetto papale e ottiene nuovi incarichi, progetti, costruirà le logge e anche lo stanzino segreto del Cardinal Bibbiena. Quando Leone X comincia a nominare nuovi cardinali si fa anche il nome del Maestro Urbinate. Immaginate un pittore, un uomo che lavora con le mani, diventare una figura di così alto livello, sarebbe stato un evento senza precedenti.

Raffaello aveva a bottega tanti aiutanti, pittori specializzati. Era un fatto nuovo per l’epoca?
Rivoluzionario, direi. Raffaello non faceva tutto quello che firmava, il suo è quello che oggi definiremo un “brand”. Per sostenere il numero sempre crescente di commissioni che gli pervenivano non più solo da Roma, ma anche da Firenze e dall’Umbria, il Maestro aveva allestito un vero e proprio laboratorio di altissimo livello. La sua bottega era composta di almeno una cinquantina di figure professionali, oltre a garzoni e apprendisti c’erano intagliatori, coirniciai, decoratori, chi preparava i colori, chi faceva le figure, chi si occupava del quadrettato.

Un romanzo storico ambientato a Roma. Com’era la capitale nel Cinquecento?
Una città in cui le divisioni sociali erano nette e in cui il legame tra sesso e potere era determinante. Feste, cene eleganti, cortigiane ambiziose e intrighi di potere caratterizzano la “Dolce vita” cinquecentesca. Come diceva Benedetto Croce, ogni storia è storia contemporanea, perciò penso che possiamo fare un parallelo tra la Roma di allora e l’alta società di oggi.

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