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martedì, Marzo 17, 2026
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“Deborah e la soffitta dei ricordi” di Rosita Spinozzi

Rubrica “Poesie e Racconti” del Graffio

“DEBORAH E LA SOFFITTA DEI RICORDI” di ROSITA SPINOZZI

«Tra due persone accade che talvolta, assai raramente, nasca un mondo. Questo mondo è poi la loro patria, era comunque l’unica patria che noi eravamo disposti a riconoscere. Un minuscolo microcosmo, in cui ci si può sempre salvare dal mondo che crolla». Scriveva il prof. Martin Heidegger alla giovane studentessa Hannah Arendt, in una giornata d’autunno del lontano 1924.

Penso sempre a queste parole ogni volta che il mio pensiero vola a Deborah. Non semplicemente cugine, ma sorelle del cuore per scelta, cresciute in un abbraccio continuo, in una complicità priva di confini. La nostra patria era una soffitta polverosa, piena di libri, colori, scatole senza coperchio, bambole e segreti che soltanto noi sapevamo custodire. Là passavamo i pomeriggi a studiare, ma anche a sognare: io scrivevo racconti e Deborah disegnava i personaggi di quelle storie infinite. E viceversa, perchè la nostra fantasia si esprimeva liberamente tra quelle pareti che erano diventate il regno della nostra creatività. La mia casa era un castello, la soffitta la sua torre segreta. Allora una penna diventava bacchetta, una coperta con i ricami si trasformava in mantello e il mondo adulto restava fuori, irrilevante. Disegnavamo mappe, inventavamo storie di principesse medievali e pirati dello spazio, costruivamo città con scatole e matite spezzate. Lì, tra vecchi bauli, nascevano mondi interi che solo noi conoscevamo.

Oggi, dopo tanti anni, siamo tornate insieme in quella soffitta. Si trova ancora all’ultimo piano della casa in cui vivo. Una casa diventata improvvisamente silenziosa, anche se i ricordi di chi non c’è più fanno – e faranno – sempre rumore. L’odore di antico non sembra essere cambiato, è soltanto accompagnato da un profumo di lavanda. La luce filtra più stanca dalla piccola finestra dove non c’è più il tavolinetto che avevamo posizionato per studiare. Alcuni oggetti sono scomparsi, se ne sono aggiunti molti altri. C’è un caos ordinato. Ma resta immutata la sensazione di varcare una soglia: il cuore si stringe e un filo invisibile immediatamente ci fa tornare bambine. Ci muoviamo lentamente tra le reliquie del tempo: quaderni pieni di scarabocchi, abiti avvolti in cellophane trasparenti che li fanno sembrare fantasmi, i resti di un teatrino di cartone, bambole che hanno conosciuto l’usura del tempo pur conservando stoicamente intatto il sorriso. La scatola di latta che conteneva bottoni di ogni forma, trasformati allora in monete o gemme preziose. Un quaderno con le nostre calligrafie impacciate, accanto a qualche cuore scarabocchiato, come se ci fossimo allenate a immaginare il futuro senza accorgercene. Ogni oggetto ci fa battere più forte il cuore, è un richiamo che porta a sorridere e commuoverci nello stesso istante.

Ma è davanti al maestoso armadio con lo specchio che ci fermiamo davvero. È lo stesso che da bambine incuteva un timore reverenziale: ci attraeva un po’ come fosse la porta su un altrove. Lo specchio sembra custodire ancora i nostri segreti. Mi avvicino con Deborah. Ci riflette, ma l’immagine che restituisce non è affatto quella di due donne adulte. Nello specchio vediamo chiaramente due bambine ancora intente a scrivere e disegnare, con gli occhi pieni di avventure. Siamo noi, come eravamo. Deborah ed io ci guardiamo negli occhi, non c’è bisogno di parole. Forse la soffitta è cambiata, forse il mondo intero è crollato ed è stato ricostruito mille volte. Ma quel microcosmo resiste: è lì, intatto, e nello sguardo continuiamo a riconoscere l’una nell’altra. Capisco allora che il tempo è passato per tutto il resto: per la soffitta, per la casa, per le strade là fuori, persino per i nostri corpi. Ma non per noi, non per quel piccolo mondo. Dentro lo specchio restiamo le stesse, incorruttibili. Le nostre voci bambine continuano a ridere, inventare storie, disegnare nuovi mondi. L’affinità che ci lega non si è mai incrinata: basta uno sguardo per ritrovarci, per sapere che quel mondo è ancora vivo. E in quell’istante, mentre le nostre versioni bambine ci osservano da uno specchio che rifiuta di mostrarci adulte, sento che la nostra patria non è mai stata un luogo. È sempre stata la certezza che, insieme, potevamo salvarci dal mondo.

© Rosita Spinozzi

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