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mercoledì, Agosto 12, 2026
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L’Upupa singolare uccello, messaggero di luce

L'Upupa (foto dal web)

di AMERICO MARCONI –

Da un paio di settimane in giardino è tornata un’upupa. Le piume del corpo sono di colore marrone rosato, con ali arrotondate nere a strisce bianche; il vertice del capo è dotato di una cresta che di solito è abbassata, mentre viene eretta quando l’uccello è in allarme o in fase di corteggiamento. Ha un caratteristico becco lungo e ricurvo, con cui estrae dal terreno i lombrichi e penetra nelle fessure delle cortecce alla ricerca degli insetti. In giardino è sempre guardinga e al lavoro, vola via in un attimo e poco dopo ritorna. Il suo verso trisillabico è inconfondibile: “up-up-up” e da esso deriva il nome onomatopeico di Upupa (Upupa epops). Nel corteggiamento il maschio segue la femmina, con la cresta arruffata, emettendo il suo verso ritmico. In questo periodo nella femmina l’uropigio (ghiandola vicino alla coda) secerne un liquido dall’odore nauseabondo. L’animale spande questo liquido sul piumaggio, per tenere lontani gli intrusi. Depone fino a 12 uova, covate solo dalla madre per circa 2 settimane, mentre il maschio alimenta la compagna per tutta la cova.

Da quel cattivo odore deriva l’alterna fama dell’Upupa. Ugo Foscolo scrive nei Sepolcri  “e uscir del teschio, ove fuggìa la luna, l’upupa, e svolazzar su per le croci sparse per la funerea campagna”. Eugenio Montale invece in Ossi di seppia la eleva a nunzio della primavera: “Upupa, ilare uccello calunniato dai poeti, che roti la tua cresta sopra l’aereo stollo del pollaio e come un finto gallo giri al vento; nunzio primaverile, upupa, come per te il tempo s’arresta, non muore più il Febbraio, come tutto di fuori si protende al muover del tuo capo, aligero folletto, e tu lo ignori”.

Il grande poeta mistico persiano Farīd al-dīn ‘Aṭṭār (1140 – 1230) nella sua opera Il verbo degli uccelli narra il viaggio simbolico di un gruppo di uccelli fuggiti dalle gabbie per andare alla ricerca del loro re, la Fenice (Simurgh in persiano). Uccello mitico che vive sul monte sacro Qāf. Fin dall’inizio è l’Upupa che infervorata si pone al centro dell’assemblea, convincendo i suoi simili che a nulla è valsa la vita se non si raggiunge l’Amato. Inizia il difficile viaggio: traversano in volo numerosi valli e monti. La maggior parte di loro perisce per lo sforzo. Ma infine raggiungono la meta: sono in trenta. Trovano una luce accecante che li annulla e annullandosi capiscono di essere loro stessi il Simurgh. Infatti scomponendo la parola Simurgh si ottiene: Si (trenta) murgh (uccelli). E rimangono eterne presenze nella gloria della Luce.

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Il verbo degli uccelli, miniatura