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giovedì, Agosto 13, 2026
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“Eravamo due ragazzi”, Antonella Roncarolo racconta Samba e la forza dell’accoglienza

di ROSITA SPINOZZI –

Antonella Roncarolo trasforma una testimonianza raccolta nella Caritas di San Benedetto del Tronto in una narrazione di grande intensità civile e letteraria, capace di restituire un volto a chi troppo spesso resta soltanto un numero –

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La storia di Samba Manneh avrebbe potuto restare custodita tra le pareti della Caritas Diocesana di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, dove il giovane gambiano ha trovato accoglienza dopo un viaggio segnato dal deserto, dalla prigionia in Libia e dalla traversata del Mediterraneo. È invece diventata un romanzo grazie all’incontro con Antonella Roncarolo, che da tempo desiderava mettere la propria esperienza di scrittrice al servizio del volontariato e che, ascoltando quel racconto, ha compreso come quella vicenda appartenesse ormai a tutti. Nasce così “Eravamo due ragazzi”, pubblicato da Marco Valerio Edizioni: un’opera che evita accuratamente di trasformare il dolore in spettacolo e sceglie la strada più difficile, quella della misura. Roncarolo non interpreta Samba, non si sostituisce alla sua voce, ma costruisce una narrazione capace di conservarne il ritmo, le pause, persino i silenzi. È proprio questa discrezione narrativa a impreziosire e rendere credibile ogni pagina.

La scrittura procede per sottrazione. Non cerca effetti, non indulge nel patetico, non amplifica la violenza. Eppure il deserto, le torture subite in Libia, la fame, la paura del mare arrivano al lettore con una forza quasi fisica. Il risultato è un equilibrio raro: raccontare l’orrore senza trasformarlo in spettacolo, lasciando che sia la verità dei fatti a generare emozione. Ma sarebbe riduttivo leggere “Eravamo due ragazzi” come un romanzo sulle migrazioni. È, prima ancora, un libro sull’amicizia. Il rapporto tra Samba ed Ebrima attraversa tutta la narrazione come una fedeltà che resiste perfino alla perdita. In un tempo in cui le frontiere sembrano dividere ogni cosa, Roncarolo ricorda che la salvezza passa quasi sempre attraverso un’altra persona. L’altro non è mai un ostacolo: è la possibilità stessa di continuare il cammino.

Il titolo racchiude il significato più profondo dell’intero romanzo: “Eravamo due ragazzi” è l’immagine di due giovani che la vita e le frontiere del mondo costringono a crescere troppo in fretta, lasciandosi alle spalle la spensieratezza dell’età e affrontando prove che nessuno mai dovrebbe conoscere. Quel tempo passato evocato dal verbo “eravamo” custodisce insieme la nostalgia di ciò che è stato perduto e la tenerezza di un’amicizia capace di sopravvivere oltre lo spazio e il tempo. A rafforzare questa suggestione contribuisce la copertina realizzata dall’artista Marisa Korzeniecki, che con i colori del deserto e le linee che “richiamano” un po’ le onde del mare riesce a tradurre visivamente il lungo viaggio raccontato nelle pagine del libro.

Ma la prospettiva che distingue il romanzo da molta narrativa dedicata al fenomeno migratorio consiste nel fatto che l’approdo in Italia non coincide con il finale della storia, ma con l’inizio della parte più complessa: ricostruire se stessi. Qui emerge con naturalezza il ruolo della Caritas, raccontata non come semplice struttura assistenziale, bensì come luogo di relazione e di riconoscimento della persona. La cultura dell’accoglienza trova la sua espressione più autentica non nell’assistenza materiale, ma nella capacità di restituire dignità, fiducia e futuro a chi arriva con il peso di una vita spezzata. In questa esperienza Samba smette progressivamente di essere soltanto un giovane accolto e diventa presenza per altri ragazzi che affrontano lo stesso percorso. È forse il passaggio più significativo del libro: l’accoglienza genera altra accoglienza, la solidarietà diventa responsabilità condivisa, trasformando una storia individuale in patrimonio collettivo.

Antonella Roncarolo affronta un tema spesso imprigionato nel dibattito politico scegliendo la via della letteratura. Non propone tesi, non impartisce lezioni morali, non cerca scorciatoie ideologiche. Restituisce semplicemente complessità, ricordando che dietro ogni viaggio esistono nomi, legami, assenze, speranze. È uno sguardo profondamente umano, che trova nella scrittura uno strumento di giustizia prima ancora che di narrazione. Alla fine della lettura resta la sensazione di avere incontrato una persona più che un personaggio. È forse questo il merito più autentico di “Eravamo due ragazzi”: sottrarre la migrazione all’anonimato della cronaca per restituirla alla dimensione delle storie, dove ogni volto ha un nome, una memoria e una dignità irripetibili. Antonella Roncarolo percorre la strada più difficile e più necessaria, quella dell’ascolto, trasformando una testimonianza in letteratura senza mai tradirne la verità. Ne nasce un libro intenso e doloroso, scritto con rara sensibilità, che ricorda come dietro ogni viaggio esiste sempre una persona. Ed è proprio questa consapevolezza, più ancora delle vicende narrate, a continuare a risuonare nel lettore ben oltre l’ultima pagina.

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