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lunedì, Aprile 20, 2026
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“Il violinista”, un racconto di Antonio De Signoribus

Rubrica “Poesie e Racconti” del Graffio

“IL VIOLINISTA” DI ANTONIO DE SIGNORIBUS

Nella vita faceva il sarto. Ma durante le feste lo chiamavano Stradivari poiché suonava il violino. Lo volevano tutti perché era simpatico, aperto e bravo, anche se in qualche occasione, specialmente quando aveva bevuto troppo, le sue note erano acri più delle nespole acerbe. Un sera di carnevale si doveva fare un gran ballo in una cittadina vicina alla sua e tutti i ballerini vollero Stradivari come musicista. Due impresari della festa andarono da Stradivari e gli dissero: «Per l’ultima sera di carnevale non prendere impegni poiché ti vogliamo tutti nel nostro paese. Ci sarà da mangiare a crepapelle e ci sarà un vino rosso così buono che farà risuscitare anche i morti». «Soldi niente?» rispose Stradivari. «Un centone! Se non basta possiamo arrivare anche a due. Che ne dici? Possono bastare per il grande Stradivari?». «Accetto solo perché siete simpatici» rispose Stradivari senza aggiungere altro. Arrivò l’ultima sera di carnevale e Stradivari s’incamminò verso la cittadina dove era stato ingaggiato per suonare, fortificato con due bei bicchieri di un focoso vino cotto. Quella sera c’era una fittissima nebbia che si poteva tagliare con il coltello. Passato un ponte gli comparve improvvisamente un uomo. «Felice notte, Stradivari. Dove vai?». «Vado qui vicino a suonare. Mi conosci?». «Ti conosco per fama! A proposito quanto ti danno per quest’ultima sera di carnevale?». «Due centoni!» rispose Stradivari. «Due centoni per un suonatore di violino come te? Non se ne vergognano? Vieni a suonare in casa di un mio amico e ne avrai quattro di centoni». «Sei ricco?» rispose Stradivari. «Io no! Ma il mio amico sì, lui è davvero ricco, anzi ricchissimo, quindi non starci a pensare troppo, vieni e basta». Stradivari pensò che in quel paese dove stava andando a suonare forse lo avrebbero ucciso; si fa per dire… Ma quattro centoni erano tanti per un uno come lui che doveva cucire dalla mattina alla sera per sopravvivere. Accettò l’offerta senza tanti ripensamenti e s’incamminò con lo sconosciuto verso la nuova destinazione. Presero a sinistra del ponte e proseguirono in una stradina tortuosa fiancheggiata da un’alta siepe di sempreverde fino a quando non arrivarono al portone di una grandissima villa. Il portone s’aprì subito. Entrarono in un lungo corridoio illuminato debolmente da un lume e da lì entrarono in una stanza piena di luce. Nel mezzo c’era un tavolo rotondo coperto da una tovaglia pulitissima e sopra una quantità di ciambelle odorose e bottiglie di vino bianco e rosso. «Qui» gli disse lo sconosciuto «potrai gustare il meglio della nostra cucina carnevalesca. Fai come se fossi a casa tua». L’invito fu prontamente e largamente accettato. Venne, poi, a salutarlo il suonatore di chitarra. «Mangia collega, mangia e bevi» gli disse «qui non si fa economia: il padrone di casa è ricchissimo. A proposito quanto ti danno?». «Quattro centoni» rispose Stradivari. «Troppo poco, troppo poco; ne danno cinque a me, uno strumento d’accompagno; penserò io a farne avere cinque anche a te». A una cuccagna di questo genere, Stradivari, non era sicuramente abituato. La chitarra introdusse il violino nella sala da ballo; una sala grandiosa, bianchissima, adorna di festoni di lauro attaccati alle pareti e di otto specchi con magnifiche cornici dorate. Cominciava a popolarsi. Gente stagionata; giovani, pochi. S’aprì la festa. Ballavano tutti, ma niente mamme o zie sedute a spettegolare come in tante altre occasioni. Stradivari suonava in modo impeccabile. Cessato il ballo per una pausa, si mise a guardare i ballerini e le ballerine. Una di queste assomigliava tanto a una certa Caterina, morta da una decina d’anni. Uno, invece, con la spalla destra un po’ alta ricordava tanto un medico, morto anche lui da un po’ di tempo. E un altro sembrava un pezzo grosso del capitolo della cattedrale, andato da pochi mesi tra i più. «Che rassomiglianze curiose» pensava Stradivari tra sé e sé. Gli ripassò vicino quella donna che assomigliava tanto a Caterina; la guardò con maggiore attenzione. Tutta lei! Lo fissò anche la donna. E, appena il chitarrista entrò nel buffet, si accostò a Stradivari. «Sei o non sei il sarto, detto Stradivari?». «Proprio io, sì». «Già morto!». «Ma che dici? Se fossi morto, come potrei stare qui e suonare?». «Sai dove ti trovi?». «In casa di un ricco». «No! Caro amico ti trovi all’inferno». «Misericordia!» riuscì a dire Stradivari con il cuore che gli sfondava il petto per la paura. Di colpo si sentì tutto il corpo investito da una doccia di acqua gelata, e lasciò cadere l’archetto del violino. «Sono Caterina, mi hai riconosciuto?». «Sì sì! Povero me!». «Controllati, adesso. Dopo il ballo ne riparleremo. Ti dirò io cosa devi fare». Il ballo riprese con una mazurca, ma Stradivari non azzeccava più una nota poiché la mano gli tremava moltissimo. Il chitarrista lo avvertì: «Più a tempo, amico; più a tempo, altrimenti i ballerini cadranno e si romperanno la testa». Dopo l’avvertimento, Stradivari, si rimise un po’ in carreggiata, ma le note sbagliate fioccavano. Dopo la mazurca, si ripresentò Caterina, poiché il chitarrista s’era allontanato, a braccetto, con una signora. «Ma come hai fatto a venire qui?». E Stradivari raccontò tutto per filo e per segno. «La paga, dunque, è stata fissata sui quattro centoni?». «Già!». «Per carità, allora, non accettare più niente altrimenti rimani qui per sempre. Hai capito?». «Ho capito benissimo. E tu Caterina, perché ti trovi all’inferno?». «Rubai dodici posate d’oro e feci una falsa testimonianza per mandare in galera una povera donna… Sta qui anche il medico, lo hai visto?». «Sì! Perché?». «Avvelenò la moglie e la suocera». «Anche il canonico sta qui?». «Che ha fatto?». «Non lo so di preciso. Credo però per affari di donne». «E quello che suona la chitarra chi è?». «Un diavolo, stai attento. Non prendere quindi più di quello che hai già pattuito o sei perduto per l’eternità». E se ne andò senza aggiungere altro. Alla violenta impressione di freddo che scosse a fondo Stradivari subentrò un sudore per tutto il corpo. Per asciugarsi la fronte e il collo non bastarono una ventina di fazzoletti. Cominciò anche a bere per stordirsi e non avvertire troppo quelle ore ladre che non passavano mai. Finalmente, la festa terminò. Il violinista fu condotto in una piccola stanza dov’era la cassaforte. Colui che lo aveva incontrato per strada tirò fuori un sacchetto di monete e gli disse: «Hai suonato benissimo, sei un professorone con i fiocchi; tu meriti più di quattro centoni; eccotene il doppio». «Abbiamo stabilito quella cifra e non voglio di più». «Oh, quanto sei sciocco! Io ti voglio dare il doppio della somma pattuita e tu rifiuti?». «Sono fatto così, non c’è niente da fare, stiamo ai patti, per favore». Gli offrì, poi, una moneta d’oro come ricordo della serata ma Stradivari non accettò neanche quella, Caterina era stata chiara. E mostrò un gran desiderio di tornare a casa. Improvvisamente, ecco un fortissimo colpo di vento e Stradivari si ritrovò sbattuto sul ponte, proprio dove era stato fermato la sera precedente. Bianco come la neve e tutto tremante s’inginocchiò, si fece sette segni di croce, poi disse vari paternostri e varie avemarie finché non si fece giorno. Cercò, poi, le monete per buttarle nel fosso… Ma non c’erano più. Stradivari da quel giorno cambiò aspetto, divenne triste e silenzioso, e per molti anni non toccò più lo strumento che tanto amava. Solo in età matura lo riprese e ricominciò a far vibrare le sue note, ma solo per eventi spirituali, mai per feste di altro genere.

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