Chi è cool davvero?

di ELIANA NARCISI (ELIANA ENNE) –

Negli ultimi giorni questa foto ha fatto il giro del web. “La scimmia più cool nella giungla”, questa è la frase stampata sulla felpa che il bambino indossa per la campagna pubblicitaria della H&M e subito è scattata l’indignazione popolare. L’accusa è di aver associato il colore della pelle di un bimbo a quello del pelo delle scimmie, come nel più classico degli insulti. Probabilmente è solo una trovata pubblicitaria studiata appositamente per attirare l’attenzione, perché è inverosimile che nessuno avesse immaginato di poter scatenare una qualche reazione.

A difendere l’azienda, invece, è la madre del giovanissimo modello, la quale ha postato su Facebook una foto che la ritrae col figlio ed ha commentato “Ho assistito a tutti gli scatti fotografici che gli sono stati fatti, anche a quello su cui tutti sembrano avere un’opinione. Il mio bambino ha indossato centinaia di capi. Tutta ipocrisia quella di chi si è indignato, smettetela di piangere per mio figlio: non ce n’è bisogno”.
E penso proprio che abbia ragione.

Il colosso svedese della moda low cost non possiede fabbriche: acquista gli articoli che vende da “fornitori indipendenti” (così li definisce essa stessa sul suo sito ufficiale) in Europa e in Asia. Vi siete mai domandati chi sarebbero questi “fornitori” e, soprattutto, come facciano i loro articoli a essere messi in vendita a prezzi talmente bassi?

Nel 2014 tre giovanissime fashion blogger norvegesi hanno realizzato per il quotidiano Aftenposten il documentario-reality “Sweat Shop”. Le ragazze sono andate in Cambogia e per circa un mese hanno vissuto a stretto contatto con i lavoratori dei laboratori tessili dove vengono realizzati abiti per vari marchi, tra cui la H&M: hanno documentato gli alloggi fatiscenti in cui vivono, i turni di lavoro massacranti di 16 ore al giorno, le condizioni igienico-sanitarie molto precarie, la totale assenza di tutele.

Nel 2016, la H&M ha ammesso pubblicamente che nelle fabbriche turche da cui acquista buona parte dei suoi prodotti vengono impiegati bambini siriani profughi. E il quotidiano britannico Independent ha documentato con un’inchiesta le terribili condizioni in cui sono ridotti i profughi senza permesso che lavorano nelle fabbriche turche.

Eppure, l’azienda continua a macinare vendite, il suo giro d’affari sale di anno in anno. A tutt’oggi possiede oltre 4000 negozi in tutto il mondo, compresa l’Italia. Significa che buona parte di chi si è tanto indignato per la pubbicità infelice di questi giorni non ha problemi ad acquistare abbigliamento prodotto nelle peggiori condizioni di vita. Perché anche la felpa indossata dal bambino della pubblicità è prodotta in quelle fabbriche. Allora sua madre ha ragione, perché probabilmente lui in tutta questa vicenda è l’unico a non aver subito alcuno sfruttamento.