Rubrica “Poesie e Racconti” del Graffio
“COME UN FUOCO BASSO” DI VITTORIO CAMACCI
Ho amato la Laga come si ama una terra che non perdona. Non l’ho mai confusa con un rifugio né con una carezza. Qui si è sempre vissuto di schiena al mondo, con le mani spaccate e lo sguardo diritto. La Laga non educa alla speranza facile, ma alla resistenza. Non promette, trattiene e chi resta lo fa sapendo che non ci sarà ricompensa. Queste montagne non hanno mai chiesto di essere capite. Hanno chiesto presenza, continuità, fatica. Qui si nasceva sapendo che nulla sarebbe stato semplice e che ogni cosa aveva un costo: il pane, il fuoco, l’inverno, la parola data. Non c’era spazio per l’enfasi, solo per la durata. Per questo l’ho amata. Perché non mentiva.
Poi è cominciato lo svuotamento e non è stato un esodo eroico. È stato un logoramento. Una resa a bassa voce. Prima sono spariti i giovani, poi i mestieri, poi le parole. I paesi hanno iniziato a parlare come i documenti, non più come gli uomini. La montagna è diventata un margine, un fondo scala. Non faceva più paura, non faceva più rispetto. Faceva pena.
Quando la terra ha tremato, non ha spezzato un ordine: lo ha solo smascherato. Le pietre sono cadute dove già non c’era più tenuta e allora sono arrivati i tecnici, i piani, le promesse senza corpo. La Laga è stata sezionata, nominata, addomesticata. Le hanno tolto la voce ruvida e le hanno lasciato solo l’eco. Da terra vissuta è diventata terreno gestito.
Un tempo, da queste parti, a un’offesa si rispondeva salendo più in alto.
Si prendeva il bosco, si prendeva il crinale, si rompeva il patto con il potere. Non per ideologia, ma per dignità. Era una ribellione sporca, disperata, spesso perdente. Ma era un modo per dire: fin qui. Oggi quella strada non esiste più. I boschi sono sorvegliati, le armi spente, le coscienze disarmate. Il brigante è diventato una figura da museo, buona per le feste e per le targhe.
Eppure qualcosa di quella ribellione resta.
Non nelle mani, ma nella postura. Non nel gesto, ma nel rifiuto. Rifiuto di chiamare rinascita ciò che è solo ritorno controllato. Rifiuto di scambiare la lentezza con l’inerzia, il silenzio con il vuoto. Rifiuto di andarmene come se nulla fosse, lasciando la terra in custodia a chi non la conosce.
Io resto qui con questa ostinazione antica, che non fa notizia e non produce slogan. Resto sapendo che perderò, forse. Ma ci sono sconfitte che tengono in piedi più di molte vittorie. La Laga non ha bisogno di eroi, ma di testardi. Di quelli che non si piegano del tutto, nemmeno quando sanno che il mondo va altrove.
Non combatto contro qualcuno, combatto per restare intero.
Non sogno ritorni impossibili, ma continuità minime. Un sentiero pulito, una casa che respira, una memoria che non viene venduta. Questo è il mio modo di stare di traverso.
La Laga non tornerà com’era.
Nemmeno io.
Ma finché avrò fiato, non la chiamerò finita.
Finché avrò passo, non la attraverserò da straniero.
La ribellione oggi può vivere solo nel silenzio e nella durata, allora sarà lì che la terrò viva:
come un fuoco basso,
che non illumina,
ma scalda chi resta.
Vittorio Camacci
Mi chiamo Vittorio Camacci e la zona dove esercito da più di vent’anni la professione di guida turistica, ambientale, escursionistica, spazia tra le regioni Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo, nel parco del Gran Sasso e Monti della Laga e nel parco dei Monti Sibillini. Sono nato e vivo da sempre a Spelonga (AP), piccolo villaggio a nord dei Monti della Laga, nel 1964. Sono stato anche ideatore, speaker e commentatore di eventi sportivi e manifestazioni folkloristiche. Mi piace comporre versi che parlano di antichi usi e consuetudini lavorative del passato. Il mio motto è “Tutti vogliono tornare alla Natura … ma nessuno vuole andarci a piedi”. La mia missione? “Farceli tornare di corsa!”. Le mie specialità sono gli itinerari naturalistici.
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