di ANTONIO DE SIGNORIBUS –
La scoperta di alcuni giacimenti d’oro, nel Canada nord-occidentale, causò alla fine dell’Ottocento, una vera e propria corsa all’oro. Non ne furono immuni lo scrittore californiano Jack London, che scrisse sull’argomento due libri famosi “Il richiamo della foresta” e “Zanna bianca” e il poeta scozzese Robert William Service. Senza pensare a Giulio Verne, che mise in evidenza ne “Il vulcano d’oro” le grandi difficoltà che patirono i cercatori d’oro pur d’arricchirsi. Nemmeno il cinema fu immune dal contagio, pensiamo alla “Febbre dell’oro” di Chaplin, solo per fare un esempio. Anche da noi, nelle Marche, sempre in quell’epoca, si cercavano tesori nascosti, in modo totalmente diverso, discreto, spesso improvvisato, che non causò nessuna corsa all’oro, perché si cercavano quei tesori sepolti dalla storia. C’è tutta una tradizione popolare che parla di questo. Si pensava, infatti, che favolosi tesori fossero sepolti nei pressi di qualche castello medioevale, o in qualche chiesa sconsacrata, o in alcuni territori della costa, magari nascosti dai pirati, che scorrazzavano da queste parti, oppure – perché no? – in fondo al mare, o nei luoghi più segreti di antichi palazzi aristocratici. E, allora, chiocce con pulcini d’oro, uova d’oro, arcolai, anch’essi d’oro, o casse di monete, erano tra i tesori più ambiti, e vivevano nei sogni e nell’immaginario collettivo. Spesso, per ritrovarli, veniva utilizzata una palla, detta “palla simpatica”, che consisteva in una sfera di legno sulla quale, mediante un laccio, si legava una calamita; palla che, fatta correre, aveva il potere di fermarsi sempre sopra qualcosa di molto prezioso. Così almeno diceva una antica tradizione marchigiana. In qualche caso, però, si ricorreva anche alla bacchetta biforcuta del rabdomante, pratica divinatoria molto antica. Ma quando si individuava un tesoro, bisognava fare attenzione, e prendere tutte le dovute precauzioni, perché era sempre custodito da spiriti maligni. E guai ad avere paura. Insomma, a qualcuno forse andò bene, ad altri un po’ meno. Ma il prezzo da pagare per scovare quel tesoro e arrivare alla felicità era sempre molto alto. Circolavano molte storie su questo misterioso argomento. Eccone una, intrisa di realismo e visionarietà, un po’ come tutte le storie popolari. Udite! Udite! Tre amici erano convinti che, in un palazzo della loro città, fosse stato nascosto più di un bel gruzzolo di monete d’oro. Se c’erano tanti palazzi patrizi, si chiedevano, dovevano pur esserci altrettanti tesori nascosti. Le difficoltà da superare erano quindi due: conoscere bene il luogo e strappare il tesoro al diavolo che certo, in tanti anni, se ne era impossessato. Per farla breve, i tre amici si convinsero che quel piano si potesse portare a termine. A mezzanotte precisa si avviarono sul luogo convenuto. Per quella grande occasione che poteva cambiare la loro vita portarono la “palla simpatica”, ovviamente. Uno di loro, prima dell’impresa, disse convinto alla compagnia: «Se il tesoro c’è, e c’è di sicuro, è sepolto in cantina; dobbiamo scendere laggiù. Una raccomandazione, però, ve la devo fare: quando si vanno a fare questi ritrovamenti si può parlare piano ma non si deve avere paura altrimenti il diavolo soffia coma sa soffiare lui e felice notte. Siete avvisati. Mi raccomando! ». Dopo queste raccomandazioni i tre, coperti di lunghi mantelli, entrarono nel palazzo. Improvvisamente, ecco un cane nero rabbioso con i denti di fuori che li guardava con occhi di fuoco. Uno prese il fucile e sparò al cane, ma il fucile fortunatamente fece cilecca. Schivato il cane videro, poi, una bestia mostruosa che aveva in bocca un braccio che sanguinava. Ecco, poi, due enormi serpenti che stavano lottando. I sibili erano così assordanti che il coraggio era ormai ridotto al lumicino. Con il cuore il gola dallo spavento, uno liberò la “palla simpatica”, ma le fioche lanterne non permisero di vedere dove era andata a finire. Videro, invece, molto bene, due rospi che crescevano a ogni istante, sempre più grossi, sempre più grossi, fino a quando non spalancarono le bocche, due forni enormi. «Accidenti !» gridò terrorizzato uno di loro, mentre gli altri due trattennero a stento il loro terrore. Ma il guaio era stato fatto. Si scatenò, infatti, un vento terribile e i tre furono scaraventati chi di qua chi di là, fuori dal palazzo. Ci misero giorni a ritornare a casa con le ossa rotte. Da quel momento un silenzio pesante calò sui tre amici che non si ripresero più da quella terribile esperienza. Neanche quando diventarono vecchi, nessuno provò mai a raccontare la storia completamente; quando uno di loro ci provò, in una fredda notte invernale, trascorsa accanto al riverbero rossastro del fuoco nel camino, tutti i presenti inorridirono dalla paura, e più di un brivido gelido scese nelle loro giovani schiene…
Copyright©2025 Il Graffio, riproduzione riservata









































