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domenica, Marzo 15, 2026
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“Ma solo un punto…”

di SARA DI GIUSEPPE –

INFERNA DANCTIS – Orkestra Constriptor
Voce: Vincenzo Di Bonaventura
Chitarra: Danilo Cognigni

 Ospitale delle Associazioni
Grottammare Alta
16 -17 Agosto 2025

 Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

 (Divina Commedia. Inferno, c.V , vv.130-132)

È pittura, è scultura, è cinema perfino, la lingua di Dante, il suo endecasillabo contiene la purezza dell’italico suono e tutte le possibilità espressive consentite all’umano. Muove da qui stasera l’attore-solista: che solista oggi non è, perché la voce della chitarra sciabola lo spazio e graffia, percuote, chiama, in tutt’uno con la voce umana, e insieme – Vincenzo e Danilo – scolpiscono quel loco d’ogne luce muto, Inferno di pena e disperazione che dei dannati stravolge le sembianze, frantuma la voce. Come quella di  Francesca, che nell’imponente impianto acustico si fa suono scosceso e roco, grumo di dolore nell’espiazione eterna, per divenire poi narrazione dolente, rimpianto di dolcezza assaporata appena e subito perduta  – Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria – e stupore, quasi, per quella forza incoercibile d’amore che perderà gli amanti quando la lettura galeotta di Lancialotto come amor lo strinse, disvelerà a entrambi la reciproca attrazione e impallidirà i volti nell’incontro degli sguardi… Ma solo un punto fu quel che ci vinse

 [Rifletterà più avanti col suo pubblico, il nostro attore solista, rendendo con travolgente chiarezza la contemporaneità del poeta: quella sciabolata di luce gettata nella profondità del cuore umano attraversa 700 anni e viene a dirci oggi, nel nostro martoriato presente, che la follia del mondo dovrà trovare sì, anch’essa “solo un punto”: quello che basti non per esserne vinti come i due infelici amanti bensì per convergere e rinsavire, e da un oggi in avaria dell’umano uscire alla piena luce di una ritrovata umanità; dallo stato bruto di pecore matte – nel quale continuiamo a precipitare perché è caduto il respiro che univa l’uomo alla pena / dell’uomo – riemergere alla coscienza di un diverso orizzonte che ci renda degni di salvezza.
“Solo un punto potrebbe bastare, o non ci resterà che attendere il primate futuro* che torneremo ad essere].

Ma è iniziato ben prima del quinto Canto, stasera, il viaggio poetico-musicale della “macchina narrante e concertante”: la voce e le percussioni di Vincenzo, le chitarre di Danilo mescolano il tessuto sonoro alla duttilità dell’endecasillabo dantesco, si fanno partitura musicale di un’architettura linguistica che mai fu più alta dal Trecento a noi. Nel “brivido allucinatorio” che ne deriva, lo spazio intorno a noi si fa altro e ci scaglia nell’oltremondo dantesco, nell’aria sanza tempo tinta, nell’assenza di tempo e di luce che è assenza di speranza.

E dallo smarrimento nella selva all’incontro con le tre fiere, all’intervento salvifico di Virgilio, ai dubbi del poeta che Beatrice illumina e dissolve, fino all’impatto brutale con la disperazione dei dannati, è sempre la sostanza umana del poeta che s’interroga, che si dibatte tra la pietà per i dannati e la profonda coscienza morale e religiosa che gli impone di accettare la divina giustizia.

Da qui in poi – la porta infernale e la terribile scritta alla sua sommità, le anime che Caronte spinge sulla barca e batte col remo  qualunque s’adagia, le schiere degli ignavi alla cui viltà si rivolge il disprezzo del poeta e del suo maestro, il dolcissimo incontro con Virgilio, le ombre antiche, gli spiriti magni nel Limbo, le creature infernali e mitologiche – l’esperienza extrasensoriale del poeta procede in un trapasso incessante dal particolare all’universale: poiché di continuo la politica e la storia, e l’esperienza viva e terrena del poeta irrompono nell’incontro con le ombre dei dannati.

Ed è confronto incessante con la propria materia di uomo, è messaggio morale che nell’accorata pietà per l’umanità tragica di Francesca e di Paolo trova uno dei punti più alti: nella fragilità di Francesca il poeta vede rispecchiata la propria, e al tempo stesso cade la fede stilnovistica nell’amore-virtù; la certezza dell’amore come forza che sublima e innalza cede all’impatto con la visione dell’amore che uccide: il poeta ne è sopraffatto, e venni men, sì com’io morisse.

Continuerà negli incontri a venire, il viaggio dell’instancabile macchina attoriale – nostra navicella di salvezza – nel verso e nell’oltremondo dantesco: con noi pochi e privilegiati viaggiatori spinti da bisogno di volare, stregati dal moto ondulatorio e sussultorio dei versi e della musica. Abbiamo bisogno di quel canto poetico.  Incapaci di decifrare l’insensato presente, increduli al cospetto della barbarie che ci sovrasta e del silenzio di un mondo arreso, cercheremo ancora ostinatamente quel punto, solo un punto, che ci vinca  e ci possieda.

*i corsivi sono tratti dalle raccolte poetiche di Giarmando Dimarti

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