di ALCEO LUCIDI –
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nove quadri per nove dialoghi tra le sue donne (popolane, barbone, prostitute, rampanti, semplici passanti) ed il poeta in musica, il grande paroliere Franco Califano. È quello che si è prefissa, con risultati lusinghieri, Claudia Gerini su soggetto e testi di Stefano Velanzuolo e la regia di Massimiliano Vado. Lo spettacolo, dal titolo evocativo “Qualche estate fa. Vita poesia e musica di Franco Califano”, andato in scena domenica 21 luglio in Piazza Bice Piacentini – una piazza deliziosa che ieri sembrava stranamente raccolta attorno alla magia delle liriche confuse alle musiche -, ha ripreso la vita stravagante, non sempre felice o fortunata, trascorsa con slancio e vitalità del grande cantautore romano (l’artista in realtà era nato a Tripoli, in una delle tante colonie italiane, ma ben presto era approdato nella capitale per seguire, con avventurosa caparbietà, la sua carriera non solo di straordinario cantautore ma anche di attore e produttore cinematografico).
L’intento era di ricreare – all’interno della folta produzione di Califano – quel fil rouge che riuscisse a tenere unite, senza pregiudizi o deformazioni, le due facce di una stessa medaglia: la vita trasgressiva, eccentrica, senza freni inibitori dell’uomo, vissuta – raccogliendo le sue stesse parole- “sempre di corsa” e la profondità poetica, le intuizioni creative, insomma l’estro stilistico del Califano capace di condensare, in qualche tratto o pennellata, l’essenza stessa della femminilità.
I dialoghi tra nove donne con il maestro (Califano sorriderebbe a questa definizione) anticipano, rapprendendone il senso, le canzoni. Si ricompongono così, tra la voce da attrice ma ben sorvegliata della Gerini – gli consentiremo qualche sbavatura! – e l’impeccabile quartetto d’archi Solis String Quartet, le perle del romano: “Minuetto” (scritta per Mia Martina su una musica che nessuno era riuscito a sciogliere, vero capolavoro), “Mia libertà”, “Tutto il resto e noia”, “La nevicata del ‘56”, “Roma nuda”), dando il là a tutto un universo di reietti, in cui la solitudine di Califano si specchia nel dolore dei singoli, di amori voluttuosi e vorticosi, di solitarie, notturne passeggiate-scorribande alla ricerca di passioni impossibili, di un buon bicchiere o semplicemente di ispirazione. La visione di serate estive, fantastiche e brevi come il tempo che concede esili spazi – Califano proveniva dalla scuola cantautorale di Bruno Martino, celebre la sua E la chiamano estate, Claudio Mattone, Luigi Tenco (l’amico che non riesce a salvare dal suicidio –, fa il paio con l’amarezza delle feste appena finite, il pianto per i cani abbondonati e la vita distorta, i percorsi poco lineari dei contro corrente.
Un plauso va ai musicisti del Solis String Quartet: dal violino sublime, con suono raffinato, pulito e rotondo di Vincenzo Di Donna, a quello concertante di Luigi di Maio, dalla viola di Gerardo Marrone, all’esuberante, “contrappuntato” violoncello di Antonio Di Francia. Questo ensemble ha saputo amalgamare la musica leggera ad un brio tutto jazzistico senza mai abbandonare il dettato dalla ruvida asciuttezza, mescolata a punte di grande felicità poetica, del Franco entrato nel cuore di tanti.
Califano si può prendere o lasciare, accogliere o respingere per la sua figura controversa, ma di lui va riconosciuto il talento poliedrico dell’artista che, nel non facile rispetto delle regole compositive delle parole in musica, ha dato sfogo ad un lirismo senza limiti, di sconfinata autenticità (dedicò una canzone, rimasta scolpita nel libro dei ricordi, all’amico Pier Paolo Pasolini all’indomani della tragica scomparsa, prefigurando una Roma nera che piangeva assieme ad un intero paese). L’evento ha concluso la seconda edizione della Rassegna “Nel cuore, nell’anima”, promossa da Amat con il contributo di MiBac, Bim Tronto, Regione Marche, Comune di San Benedetto ed in collaborazione con l’Istituto Musicale “Vivaldi”.
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