La Primavera, un percorso di bellezza tra piante e fiori

di AMERICO MARCONI –

Entra la primavera ed io vorrei descrivere un famosissimo quadro che realizzò Sandro Botticelli nel 1477, denominato appunto la Primavera. Una tempera che misura oltre due metri di altezza e tre di lunghezza, e sta esposta alla Galleria degli Uffizi di Firenze. La vidi cinquant’anni fa in gita scolastica e appena me la trovai davanti nella sua maestosità rimasi immobile, non so per quanto tempo, non avendo mai visto opera più incantevole. Se non fosse venuto il professore di disegno a richiamarmi, sarei rimasto lì avanti chissà quanto tempo ancora. Visitai altre volte Firenze, e un saluto alla Primavera l’ho sempre fatto. Come dopo il restauro dell’82 che la rese ancora più delicata e luminosa.

L’ambiente culturale dove venne concepito il capolavoro fu l’Accademia Platonica, che nel 1463 si coagulò intorno al filosofo Marsilio Ficino. A cui Cosimo de’ Medici aveva messo a disposizione la sua villa di Carreggi. Dove si riunivano Lorenzo il Magnifico e l’amico Angelo Poliziano con le loro rime d’amore; Sandro Botticelli affermato pittore e il giovane, coltissimo filosofo Giovanni Pico della Mirandola. Quella dell’Accademia Platonica fu una ricerca della bellezza in tutte le sue forme artistiche. Spesso disquisita tra piante e fiori di uno dei primi giardini rinascimentali all’italiana che arricchiva, e arricchiscono, la villa medicea a Carreggi.

Sul quadro s’interrogano gli storici dell’arte, affascinati dalla grazia dei colori e della composizione, ma incerti sul significato allegorico. Su un proscenio naturale, incorniciato da un aranceto con fiori e frutti e da una siepe di alloro, sulla destra c’è Zefiro, il vento della primavera che agguanta la sfuggente ninfa Clori. Sarà lei ad essere sua sposa e diventare Flora, dispensatrice di fiori. Appena in secondo piano sta Venere che accenna un timido saluto, dietro di lei un’alta siepe di mirto: pianta sacra alla dea e simbolo di fedeltà. Sopra il piccolo Cupido pronto a scoccare una freccia d’amore. Poi le tre Grazie coperte da veli trasparenti che danzano allacciate ed eteree. Chiude il quadro sulla sinistra Mercurio (lo riconosciamo dai calzari alati) che tocca le nubi col suo caduceo. Nell’opera sono ritratte ben cinquecento specie di piante, fra cui 190 fiori. Tra margherite, viole, papaveri, fiordalisi, gelsomini, ranuncoli, garofani, spiccano le rose. Ci sono rose a profusione, soprattutto quelle che Flora – la personificazione della Primavera – porta in grembo e sta spargendo sul prato. La rosa, simbolo d’amore per eccellenza.

Il quadro rimane ancora un quesito aperto. Cosa avrà voluto rappresentare Sandro Botticelli per l’amico, a quel tempo Signore di Firenze, Lorenzo il Magnifico che glielo aveva commissionato? Basta stare davanti all’opera per intuire che rappresenta un percorso di bellezza. Da quella carnale sulla destra di Zefiro per Clori, fino ad arrivare sulla sinistra a quella in cielo a cui guarda Mercurio. È l’insegnamento del maestro Ficino: in quel cielo sta Dio che in sé contiene la bellezza e l’amore più grandi. A cui la nostra anima, per gradi, ascenderà.

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