Se sei brutto non ti tirano le pietre. L’assurdità di una sentenza

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di GIUSEPPE FEDELI –

Lo stupro non è credibile perché la vittima è troppo brutta per essere stuprata. Queste le assurde quanto pericolosissime motivazioni depositate dalla Corte di Appello di Ancona per motivare la sentenza di assoluzione a carico di due giovani accusati di stupro da una coetanea. I ragazzi erano stati accusati da una ragazza di origini peruviane, che però avrebbe il difetto di essere ritenuta fisicamente poco appetibile. Da qui la scarsa credibilità della sua denuncia e una conclusione che lascia sconvolti e indignati: poco bella per attirare sessualmente i suoi aguzzini, è più probabile che la giovane abbia inventato di sana pianta questa storia di violenza. Ripetiamo, tanto è  pazzesca  la vicenda giudiziaria: siccome la donna era poco avvenente, non è credibile che possa essere stata stuprata.  Lo ripetiamo a noi stessi perché stentiamo a crederci. Allibito il procuratore generale dottor Sergio Sottani, che ha impugnato la sentenza davanti alla Corte di Cassazione: la quale ha, a sua volta, annullato il pronunciamento della corte dorica, rinviando ad altra curia per una nuova valutazione sul merito.

Allibito sia per lo sdegno per una pronuncia che somiglia a un incubo partorito da deità in preda ad ebbrezze dionisiache, ma anche per la deriva valoriale in cui il “misfatto” può sfociare, specie nei confronti dei delitti di genere. Senza veli né infingimenti, la temperie giuridico/processuale sta conoscendo un momento di buio assoluto: il caso in esame è l’apice di un “florilegio” di sentenze che, sfoderando motivazioni a dir poco senza senso, dimezzano – per fare un esempio che è diventato un leading case – la pena al carnefice in quanto la donna, vittima, lo aveva “illuso”(sic!).

Questo il controcanto, o sinallagma che dir si voglia. La ratio (intesa anche come ragione) è evasa dalla scatola cranica, il logos (con la “l” minuscola) imperversa, facendo ovunque terra bruciata. Sorge inquietante l’interrogativo: che ci rimane?… CHI ci rimane?… a parte quel Deus absconditus che non si “intromette” nelle miserie umane, davanti a noi c’è la desolazione. Forse, per paradosso, parafrasando una felicissima battuta dell’indimenticato Troisi,  “Non ci resta che ridere”: anche di noi. Sì, anche di noi, di quell’ego da cui prendere le distanze usando l’arma affilatissima del sottile, ironico disincanto. Con una risata da far scoppiare il mondo con tutte le sue brutture, scortati dagli angeli.

Giuseppe Fedeli – Avvocato, Giudice di Pace di Fermo

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