Sanremo e la vittoria di Mahmood

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di ELIANA NARCISI (ELIANA ENNE) –

Cala il sipario sulla sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo, ora è tempo di polemiche. Le solite discussioni sui conduttori e sulla dubbia originalità dei loro sketch. Sono cover, certo, non è Zelig e nemmeno un concorso per cabarettisti: di cosa vi lamentate? Sui tempi e modi di Virginia Raffaele, che ha un talento straordinario e qualcuna non le perdona di essere anche bella. Sulla “irresistibile voglia di duetto” del Direttore artistico che ha imperversato in tutte le serate: beh, chiami Claudio Baglioni a presentare il Festival e davvero sorprende che voglia trasformarlo in un suo concerto? Sul vincitore, che anche quest’anno, non mette d’accordo nessuno. Qual è allora la novità?

Sta tutta in un nome: Mahmood. Il giovanissimo rapper milanese già in testa alle classifiche radiofoniche con Soldi, un pezzo in cui ha messo tutto se stesso, la complessità della vita in periferia, la rabbia verso un padre che ha scelto di andarsene, il buio di certe giornate, la grande voglia di rivalsa. Vince il linguaggio della musica contemporanea, quello che veicola i propri testi attraverso il rap, la trap e le contaminazioni che consentono di arrivare dritto al fegato delle cose senza troppi schemi o sovrastrutture. Possono piacere oppure no, personalmente ho preferito Nek e i Negrita, ma è un dato di fatto che la musica della nuova generazione viaggia in questa direzione.

«É tutto vero! É tutto vero!» lo rassicura sorridendo Virginia Raffaele, perché il ragazzo non è soltanto sorpreso della vittoria, non ci sperava nemmeno, ne ha quasi paura. La sua prima dichiarazione? «Sono italiano al 100%.» Si sente in dovere di ribadirlo prima di ogni altra cosa, prima ancora di gridare al mondo la sua felicità, perché sa bene cosa accadrà di lì a breve. Il popolo social (e non solo) lo attacca da subito non per la qualità della musica, bensì per le sue origini, tradite dal colore della pelle e dai caratteri del viso. Non frega niente a nessuno delle accuse di plagio verso questo o quell’altro artista, neppure che la maggior parte dei cantanti in gara abbia palesemente stonato. Il problema è solo lui. Il web grida allo scantalo, al gomblotto, tutta colpa dei buonisti se questi immigrati ci rubano pure il Festival… con tante canzoni tutte uguali della nostra tradizione, come potete permettere che vinca qualcosa di nuovo?

Alessandro Mahmood è nato a Milano. La donna più importante della sua vita è la mamma ed è italiana al cento per cento. Suo padre, invece, l’uomo di cui sente la mancanza e che alimenta la passione con cui scrive musica, è egiziano. Dunque è un italiano di nuova generazione. Il talento c’è, altrimenti non si spiega come faccia a collaborare con artisti di successo, scrive per Fabri Fibra, Gué Pequeno, Elodie. Avete ascoltato Marco Mengoni durante la terza serata? Vi siete spellati le mani per applaudirlo? Beh, sappiate che Hola gliel’ha scritta proprio Mahmood. Ha vinto lui, punto. Adesso la palla passa a chi la musica la ascolta, la compra, va a sentirla live, con buona pace di chi invece resta a casa a scrivere insulti su web.

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