San Martino, tutte le botti sono piene di vino

1061

di AMERICO MARCONI –

“San Martì, tutte le votti è piene de vì”, un detto che sintetizza il clima di allegria e abbondanza della festa di San Martino, l’11 novembre. San Martino in realtà nacque in Ungheria nel IV secolo e, poiché il padre era ufficiale dell’esercito romano, dovette arruolarsi nella cavalleria. E proprio mentre stava armato a cavallo compì il gesto per il quale è famoso. Vedendo un pover’uomo intirizzito dal freddo con un colpo di spada tagliò a metà il suo mantello rosso donandone un parte a lui. La leggenda vuole che il povero fosse Gesù e nel gesto di Martino vide il Santo che sarebbe diventato. Dopo la conversione girò tutta Europa nella sua opera di apostolato e divenne Vescovo di Tours.

Chi è di Grottammare e San Benedetto del Tronto ben conosce una domanda che circola nell’aria prima e durante l’11 Novembre: “Oh, vai a correre?” Si riferisce ad una simbolica e irriverente corsa dei cornuti, in cui nessuno vorrebbe vincere. Già perché un altro modo di dire è: “San Martino vino nuovo e corna vecchie”. E le corna che c’entrano se San Martino mai si sposò? Alle edizioni più antiche della Fiera tenuta a Grottammare si vendevano e scambiavano animali domestici: per primi i buoi che portano delle belle corna. Oltre che San Martino fu venerato dai Longobardi che amavano ornare di corna i loro elmi. Comunque sono molti altri i comuni italiani in cui si fa festa e circola pure la storia delle corna.

Sta di fatto che la Fiera di Grottammare negli anni è cresciuta sempre di più tanto che ora dura due giorni. Una festa del mangiare e del bere oltre che di piccole cose (ingegnosi strumenti di cucina, pentole che sembrano cucinare da sole, lampadine e pile di tutti i colori) introvabili nei mercati settimanali. Il vino nuovo al primo posto, poi le castagne o meglio i marroni, i panetti di fichi, montagne di olive conce, salumi, formaggi. Miele di ogni tipo. Si raccomanda il cardo (lu gobbo) dal sapore delicato di carciofo. Viene sistemato nella porchetta, nel tacchino e lessato si sposa magnificamente con una bella frittata. Ma possiamo anche farlo in padella o friggerlo.

L’unica abitudine che riusciamo e collegare con la vita morigerata di San Martino è il tradizionale sennere a la cazzimberie. A cena si mangiano delle coste di sedano a crudo che vengono intinte nell’olio nuovo mescolato con aceto, sale e molto pepe. Un’abitudine che procurerebbe abbondanza, salute e amore fedele. Non tralasciamo di fare visita alla Chiesa di San Martino sempre a Grottammare. Fuori è posta una statua bronzea di fattezze moderne che raffigura il Santo a cavallo mentre dona il mantello al povero. Dentro, costruzione dell’XI secolo, è ricca di storia e suggestioni. Buona visita, buona fiera, buon San Martino!

Copyright©2018 Il Graffio, riproduzione riservata