Le feste della Pasqua sul dolce filo dei ricordi

di AMERICO MARCONI –

La Domenica delle Palme nelle chiese si distribuiscono i rametti di ulivo benedetto che si ponevano, e ancora si pongono, a protezione sopra l’uscio di casa o su qualche immagine benedetta. I contadini li sistemavano sopra una croce fatta di canne posta in mezzo ai campi, per prevenire le calamità naturali e la disgrazia più grande: la grandine. Dal canto loro i marinai ci ornavano la prua e l’albero della paranza prima, del motopeschereccio poi. Erano legati con cura i piccoli rami, perché dovevano restarci un anno intero, a protezione di tempeste e bonacce paralizzanti.

Ma quelle foglie servivano anche per prevedere il futuro. Pronunciando la formula “Pasqua, Epifania che vieni una volta l’anno dimmi il vero di quello che ti domando” si gettava una foglia di ulivo sulla rola del camino calda. Se la foglia bruciava la risposta era negativa, se si torceva era positiva. E tanti erano i quesiti d’amore.

Le leccornie di Pasqua erano, e sono, incentrate sull’ingrediente principale: l’uovo. Dalle ciambelle così dette “strozzose”, che più sono fragranti più sono buone. Alla pizza col formaggio pecorino ben stagionato, alta e profumata da accompagnarsi rigorosamente col salamino. Ai calcioni, i caciù o caggiù, anche detti piconi, a forma di ravioli color d’oro, anche loro a base di formaggio locale e amici sempre del salame. Fino alla pizza dolce così detta “sbattuta” per il lungo tempo, anche un’ora, impiegato a sbattere e montare le uova; decorata esternamente con una glassa a base di albume e zucchero. Per non parlare delle uova… di cioccolato!

Il martedì dopo Pasqua si andava a piedi alla chiesina di San Francesco di Paola, protettore dei marinai. Nella cappella c’erano quadretti ex voto per le tante grazie ricevute in mezzo al mare e foto per grazie da ricevere, oltre alle ghirlande di fiori di quando le barche erano state benedette e varate. Per descrivere quella gita che tanto si amava, era usanza dire che si andava “a passare l’acqua”.

Ad un’ora convenuta iniziava la gara detta “Ncuccetta”. Ogni gareggiante aveva portato un determinato numero di uova lesse, che venivano battute con maestria, punta a punta, contro le uova dello sfidante. Chi riusciva a rompere le uova degli altri se ne impadroniva: i più bravi arrivavano anche a cento. La campagna intorno alla Chiesina era piena di gruppetti che allargavano grandi fazzoletti e plaid a terra per fare merenda, tra abbondanti bevute. I più arditi raggiungevano la cima dirupata del sovrastante Montesecco, e spavaldi strillavano a chi stava sotto.

La pesca a premi infine, con i foglietti colorati dei numeri avvolti e tenuti fermi da una pasta corta e rotonda. Ad ogni uscita gli occhi dei bimbi brillavano con forza dinanzi alle scintillanti biciclette rosse, che raramente avrebbero vinto. Ma nella fantasia era come se già pedalassero su quei bolidi colorati con i loro pantaloni corti e le ginocchia sempre sbucciate.

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