Grotta del Petrienno, una storia dei nostri bisnonni

di GIAMPIETRO DE ANGELIS –

Per gli abitanti dell’Appennino perduto è la Grotta de “lu p’trienne”, per l’appassionato di trekking – che ancora non sa che se la troverà davanti inaspettatamente, dopo borghi pressoché abbandonati, sentieri, boschi e cascatelle d’acqua tra rocce di arenaria dalle forme insolite ed elaborate superfici “ricamate” da venti e pioggia – semplicemente è un improvviso viaggio nel tempo, un tuffo emotivo nella storia, nella vita di chi, in quella grotta, ha lasciato le proprie impronte, speranze e fatica. Tanta fatica, quella del pastore d’altura che per sopravvivere, lui con i suoi ovini, doveva ricorrere alla monticazione, ovvero all’alpeggio: condurre il bestiame nei luoghi di pascolo, su per la montagna. Lasciate le auto nei pressi di Tallacano, nell’acquasantano, gli appassionati del Nordic Walking, iniziano il percorso tra le vecchie case in pietra dei borghi che da secoli vestono il Monte Ceresa, come Poggio Rocchetta.

Case che mantengono una sorta di fiera dignità, oggi quasi del tutto disabitate, piacevolmente assemblate, alcune ridotte a ruderi, altre ben ristrutturate, aggrappate a solide rocce, con lo sguardo su crinali e orizzonti lontani, e quell’idea di mare che non si vede ma si intuisce che è “laggiù”. È già molto per il walker, che lascia i bastoncini al suolo per fare delle foto e si guarda intorno, stupendosi che nel telefonino c’è ancora campo. Ancora per poco, tuttavia. Il comodo sentiero si fa a tratti più arduo, tra strettoie, saliscendi e piccoli guadi di ruscelli inattesi che portano a guardare in alto lo spettacolo della cascata che, per quanto piccola possa essere, porta con sé il fascino innato dell’acqua e di ciò che sa fare: attraversare strati di roccia arenaria che, nei secoli, ha assunto – proprio grazie a quello scorrere regolare – forme talmente insolite da rasentare la purezza di una immaginazione artistica.

Poi, quando noti un nuovo corso d’acqua, quando ancora torni a stupirti per i disegni dalle curiose geometrie sui dorsi rocciosi e forse inizi a pensare che è ora di una breve pausa, ecco che tutto cambia e tutto dimentichi, e hai occhi e mente solo su quello che ti si sta rivelando. Sembra un frame cinematografico, lo scatto fotografico di un Aladino che si è nascosto tra le pieghe della montagna. Una grotta maestosa, anch’essa in arenaria, intarsiata con incredibili effetti “merletto”, lunga una sessantina di metri, che va in profondità per quindici, ti accoglie con tutto il suo tesoro senza tempo: i resti di piccole costruzioni con pietre messe a secco. Quasi una decina di unità abitative, articolate, addossate tra loro in quello spazio protetto e vicino all’acqua. Non abitazioni “mordi e fuggi”, non quattro pietre per passare la notte alla meno peggio: sono case, piccole, costruite con il senso della solidità, pur senza malta, con un guizzo di fantasia, con scale in legno per salire nei soppalchi. Novemila metri quadri di grotta che custodisce un vero e proprio borgo che sa di archetipo, di preistorico, eppure è storia vicina. Molto vicina. Secondo le ricostruzioni storiche, i pastori vi passavano il periodo estivo con l’intera famiglia e i loro animali che, in quella stagione e in quei luoghi, trovavano da pascolare.

Tutto questo è conosciuto come la Grotta del Petrienno, abitata da generazioni lontane fino ai primi decenni del novecento. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu utilizzata come rifugio dai soldati americani. Poi, ma più nessuno vi ha vissuto. Oggi, le abitazioni sono in condizioni precarie per mancanza di manutenzione, le pietre sono parzialmente ricoperte dalla sabbia della pietra erosa e dall’edera. Eppure, non solo non perdono di fascino, ma forse si è aggiunto quel senso di mistero, di essenzialità che ci fa riflettere, che fa dimenticare la stanchezza e ci libera dagli algoritmi mentali. La vita sui monti è sempre rallentata, vista con i parametri del cittadino, i suoi ritmi, le sue scadenze. Ma nella Grotta del Petrienno non si guardano gli orologi, non abbiamo i riferimenti della società organizzata: la misura del tempo è nella propria capacità di contemplare, di “leggere” la natura delle cose e, quindi, la propria stessa natura.

Ancora uno sguardo tra le pareti, a cercare in profondità il “non visto”, ancora a sorprenderci per quella volta in pietra che tutto avvolge e protegge, poi ognuno recupera le sue cose e dopo un’ultima foto si riprende il cammino, in un surreale e insolito silenzio. Chi è attento a se stesso sa che qualcosa è rimasto lì. Una parte delle personali consapevolezze vi stazionerà a lungo, a coltivare il giardino delle proprie ricerche spirituali e umane, imparando a non avere fretta, a non giudicare, a comprendere la clemenza della semplicità, a chiudere gli occhi per ascoltare i suoni sottili, dando voce alle impercettibili sensazioni. La Grotta de lu p’trienne continuerà a stare lì, immobile e apparentemente lontana e asettica, pronta a sorprendere altre generazioni di camminatori per molti anni ancora.

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