Momix, “Alice”. Nella tana del coniglio

di SARA DI GIUSEPPE –

Momix, “Alice”. Artistic Director Moses Pendleton, Teatro EuropAuditorium, Bologna, 14 dicembre 2019  h21 –

Scoprire fin dove arriva la nostra fantasia” è la sfida di Moses Pendleton, creatore dei leggendari Momix, la compagnia di danza a cui il coreografo, nato 70 anni fa in una fattoria del Vermont, diede con la nonchalance dei geni il nome di un…latte per vitelli.  Niente di meglio, allora, che cimentarsi con la vittoriana stravagante visionarietà di quel Lewis Carrol che col suo “Alice in Wonderland” ce l’aveva messa proprio tutta, da rigoroso prof di matematica, per sovvertire le forme del reale, prima del surrealismo, molto prima delle sostanze psichedeliche.

Così questo palcoscenico è per noi oggi, come per Pendleton, il nostro narghilè, la poltrona è il fungo dal quale scoprire quell’angolo di noi che forse non ha ancora cancellato il sogno e l’impossibile. E quella scena che si dilata e rimpicciolisce e si anima di ogni eccentrica possibile forma è la nostra tana del Bianconiglio nella quale cadere e cadere all’infinito con Alice: capace lei sola di leggere il mondo anche sottosopra, ci ricorda con la leggerezza a tratti inquietante della fiaba che nulla è mai davvero ciò che appare.

Raggiungere sentieri ancora inesplorati nella fusione di danza, luci, musica e proiezioni” è la missione ampiamente compiuta dall’imprevedibile immaginifico Pendleton e dagli strepitosi interpreti pienamente fusi alla dimensione onirica del mondo di Alice: nella costante metamorfosi di ogni elemento scenico, nell’espressività dei corpi sospesi fra danza e acrobazia, nel tessuto musicale sofisticato, ipnotico e modernissimo, la favola coreografata si frammenta in un mosaico di quadri dinamici, in un flusso costante di sembianze e forme che mutano attraverso gli oggetti, gli abiti, i corpi stessi di altri ballerini.

Entra danzando al buio, il Cappellaio Matto, con le sole scarpe illuminate; avanza circospetto l’inquieto nugolo di Conigli, vola e danza nell’aria la biondissima Alice, volano e danzano issati come vele al vento i tessuti; ogni legge di gravità sembra abbandonare i corpi che strettamente connessi agli oggetti, agli abiti, agli altri corpi, mutano con la leggerezza immateriale che incontriamo solo, talvolta, nel sogno.

Così Alice può crescere a dismisura, divenire gigantesca con l’apparente facilità con cui ogni cosa qui può mutare le sue dimensioni ed essere altro da ciò che sembra, e i danzatori diventare fusto e rami della foresta in un meraviglioso passo a due.

E così la spietata Regina di Cuori, lo Stregatto e il Bruco mille forme, i Soldati dal corpo fatto di carte da ramino, gli inquietanti bebè col faccione contratto nel capriccio, le Rose dipinte di rosso da bianche che erano: tutti partecipano al flusso narrativo che incessantemente si frantuma in visioni fantasmagoriche e si traduce in un linguaggio coreografico di sofisticata, potente, rara bellezza.

Poichè è questo che Pendleton intende fare, nel rielaborare la fiaba di Carrol: usare la storia di Alice e del suo mondo assurdo come punto di decollo per liberare la fantasia, per “aprirsi all’impossibile”. La fiaba, in fondo noiosissima e perturbante non meno di altri terribili classici per l’infanzia – non meno del plumbeo Pinocchio (mai riuscita, nella mia verde età, ad andare oltre pagina 10) – diviene allora ciò che realmente è: una favola per noi adulti, consapevoli che il sogno è per sempre scomparso ma vogliamo ancora credere che sia possibile.

Che si possa anche noi, svegliandoci da ciò che c’inquieta e ci aggredisce – come il mazzo di carte di Alice – dire come lei beffardamente “Who cares for you? You’re nothing but a pack of cards! – A chi credete di far paura? Non siete che un mazzo di carte! ”.
E ridestarci, come lei, al sicuro.

https://www.youtube.com/watch?v=Yxse-GeBids

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