I pericoli della riforma Pillon

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di ELIANA NARCISI (ELIANA ENNE) –

Si sono attivati praticamente tutti: le Associazioni di tutela dei minori, Comitati per i diritti civili, il Cismai (Coordinamento Italiano per i Servizi Maltrattamento all’Infanzia), la rete Nazionale dei Centri Antiviolenza. Oltre cinquanta piazze d’Italia oggi ospiteranno manifestazioni contro il disegno di legge Pillon che intende riformare il diritto di famiglia introducendo modifiche radicali. Ne cito solamente alcune, anche se non ne condivido nessuna. D’ora in poi le coppie prima di separarsi dovranno obbligatoriamente intraprendere un percorso di mediazione (anche in caso di alta conflittualità, anche in caso di violenza domestica). Il figlio avrà la doppia residenza: dovrà trascorrere la metà esatta del tempo, e come minimo dodici giorni consecutivi (compreso le notti) al mese, con ciascuno dei genitori, senza distinzione di età (sia esso neonato, bimbo in età pre-scolare o scolare, adolescente) e non potrà mai rifiutarsi, neppure in caso di maltrattamenti, abusi e violenze accertate con sentenza di condanna non ancora passata in giudicato, e se anche ci fosse il giudicato occorrerà un ulteriore provvedimento motivato del Giudice.

Quando oggi un Tribunale stabilisce che il bambino resti a vivere in quella che era la casa coniugale, lo fa nel suo esclusivo interesse, perché se già gli è difficile accettare la separazione, figurarsi il trauma di un eventuale trasloco, dover cambiare scuola, amici, quartiere, abitudini, tutte quelle piccole cose quotidiane che in un momento così delicato costituiscono le sue certezze. I genitori si prenderanno cura di lui secondo modi e tempi che verranno di volta in volta decisi dal Giudice, a seconda del caso concreto, di quanto ciascuno abbia investito sul ruolo di genitore (si pensi alla madre che ha lasciato il lavoro per seguire i bambini) e di quanto tempo effettivamente disponga. Questo è quanto accade attualmente, e dopo l’introduzione dell’affido condiviso le cose sono perfino migliorate: i dati Istat confermano che quasi il 90% delle separazioni sono consensuali e prevedono l’affidamento condiviso.

La riforma Pillon non si cura affatto dei bisogni del minore né tantomeno delle singole peculiarità di ogni situazione, perché vuole imporre un sistema unico uguale per tutti. Dietro il nobile termine della bigenitorialità si cela la volontà di dare voce a un forte rancore nei confronti delle donne e delle madri, a quello sparuto (per fortuna) gruppo di uomini che è disposto a strumentalizzare il figlio pur di avere soddisfazione e rivalsa nei confronti della propria ex, in una logica di livore e risentimenti che invece l’Ordinamento dovrebbe aiutare ad appianare. Togliere al bambino la certezza di quella che è da sempre la sua casa, imporgli di fare la valigia tutte le settimane e lasciarsi sballottare da una parte all’altra della città, quando non anche in due località differenti, costringerlo a stare con un padre violento, non è garantirgli la bigenitorialità, ma un esaurimento nervoso e gravi conseguenze fisiche e psicologiche prima ancora di toccare la pubertà. Forse il vero scopo della riforma è eliminare del tutto il ricorso alla separazione, rendere talmente doloroso questo percorso da indurre i coniugi a rinunciarvi in partenza, come se questo significasse progresso e non regresso della società civile.

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