Il disco della settimana, Avion Travel – Privé

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di PAOLO DE BERNARDIN –

Come in un inquietante occhio di Shiva o in un penetrante occhio da Grande Fratello la copertina del nuovo disco degli Avion Travel scruta freddamente al centro e lascia inquieti. Occhio di un giocattolo di Depero o segnale stradale sulla violazione continua della nostra privacy, tra dolce e amaro come recita la bella canzone che segna un grande ritorno per Peppe Servillo e i suoi amici. Il disco doveva nascere lo scorso anno perché erano pronte già quattro canzoni composte da Fausto Mesolella, il più autorevole chitarrista italiano, purtroppo scomparso prematuramente. Il forte shock per tutti ha fatto rientrare il progetto che ha fatto poi ricostruire la formazione al suo meglio. In quindici anni di silenzio ufficiale di canzoni inedite i vari membri della formazione si sono comunque proiettati in vari progetti paralleli ma oggi “Privé” è una squisita e piacevole realtà fatta di canzoni italiane intelligenti e di forte presa nonostante la grande intimità contenuta. Suonato tra i dettami delle visioni di Paolo Conte e nel ricordo di un talento produttivo come quello di Lilli Greco il disco è fatto di parole come recita “Alfabeto” (con bel finale à la Philip Glass), un altro brano del bravo Pacifico (che ci aveva regalato all’inizio di carriera proprio “Le mie parole”) ma sono parole anche quelle dell’ “Amore arancione” (“Io non credo alle parole”, sui dubbi prematrimoniali di una coppia) e “Dolce amaro” sempre scritte da Pacifico. Sono parole anche le domande che tornano. “Come si canta una domanda” già cantata da Petra Magoni di Musica Nuda e scritta ovviamente da Ferruccio Spinetti. Si torna al passato con certe interpretazioni come “A me gli occhi” cantata nel 2002 da Patty Pravo e resa qui con enfasi cinematografica o la meravigliosa “Se veramente Dio esisti” resa in maniera eccelsa da Fiorella Mannoia otto anni fa. Un vero incanto sono gli arrangiamenti di quella che è una delle migliori formazioni di sempre con l’aggiunta delle tastiere di Duilio Galioto, giovane proveniente dall’orchestra di Piazza Vittorio fondata da Mario Tronco. E’ presente anche la figura di Mesolella che ci lascia la sua voce, e sono ancora parole e domande, e la sua chitarra in “Caro maestro”. Tutto il lavoro è una ricerca della canzone perfetta e spesso colta che però Servillo smentisce definendosi autodidatta e mai colto insistendo che la radice di “Privé” è la stessa di “privilegio” e fare canzoni come queste oggi rappresenta davvero un privilegio nell’elaborazione di una lacerazione, di un vuoto, di una mancanza. “Un disco per lavorare il dolore e sistemarlo” dichiara Servillo ma anche un pugno di canzoni contro la banalizzazione dei rapporti e nel desiderio di preservare e custodire il proprio privé contro ogni esibizione del proprio privato come va molto di moda ai nostri giorni dalla Tv ad internet.

STANDARD
(La storia delle canzoni)

Summertime (DuBose Heyward-Gershwin-Gershwin), 1935

“D’estate vivere è facile. I pesci saltan su e il cotone è alto. Il tuo papà è ricco e la mamma è bella. Dai piccolo non piangere. Una di queste mattine ti alzerai per metterti a cantare e aprirai le ali per afferrare il cielo. Ma fino a quel mattino nessun altro ti sarà vicino e ti abbraccerà come papà e mamma in piedi, d’estate quando vivere è facile. Dai bambino non piangere”

Il grande compositore e pianista americano George Gershwin (pseudo di Jacob Bruskin Gershowitz. Brooklyn New York, 1898 – Los Angeles, 1937) ebbe tra le mani il romanzo “Porgy” di Edwin DuBose Heyward nell’ottobre del 1926. L’autore e sua moglie Dorothy, commediografa, decisero di farne una riduzione teatrale intitolata “Porgy and Bess” che debuttò al teatro Guild di New York nel 1933 con notevole successo. Gershwin era molto preso dalla cultura dei neri e per un periodo di trasferì in South Carolina e nella comunità dei Gullah Negros della città di Charleston dove la storia si sviluppava. Naturalmente, dopo il successo internazionale di “Rapsodia in blue” e di “Un americano a Parigi” Gershwin non fece molta fatica a coinvolgere Heyward a portare sulle scene un’opera lirica di argomento afroamericano e con interpreti di colore tratto dal romanzo il cui libretto fu scritto anche da suo fratello Ira. Nacque così la storia, che era un’opera folk che divenne anche un musical successivamente. L’opera celeberrima debuttò in forma di concerto privato alla Carnegie Hall prima di essere sfoltito e allestito al Colonial Theatre di Boston il 30 settembre 1935 con un trionfale successo. Due settimane dopo passò all’Alvin Theatre di Broadway dove ebbe 124 repliche sotto la direzione di Rouben Mamoulian e con protagonisti Todd Duncan, Anne Brown, Ruby Elzy e John W. Bubbles. Lo spettacolo fece il giro d’America riscuotendo successo ma anche contestazioni a causa dei problemi razziali della società ma rimanendo comunque il primo spettacolo che vide insieme bianchi e neri in un tentativo di integrazione razziale. Dal 1938 in avanti “Porgy & Bess”, con alti e bassi proprio a causa del razzismo, ebbe moltissime produzioni in America. Il debutto europeo ebbe luogo a Copenhagen in presenza dello stato maggiore nazista nel 1943. Gli attori tutti bianchi si erano dipinti di nero ma lo spettacolo ebbe pochissime repliche e fu cancellato.  Dalla Scala al Bolshoi, dalla Royal Opera House al Cairo Opera House, dal Colon di Buenos Aires all’Opera di Parigi (i due ultimi allestimenti furono a Londra nel 2014 e pochi mesi fa una contestatissima versione ungherese nella quale tutti i neri furono sostituiti da migranti siriani in fuga dalla guerra). Fu cantato in forma d’opera (celeberrima quella di Leontyne Price nel ruolo di Bess) e in forma popolare (con Cab Calloway, Ray Charles e molti altri). La ninna nanna “Summertime” divenne un vero e proprio cavallo di battaglia per tutti. Si pensi solo che ancora oggi se la batte con “Yesterday” dei Beatles per esecuzioni del brano e una folle società di collezionisti chiamata “The Summertime connection” ha calcolato che fino al febbraio 2106 le versioni interpretate siano state oltre le 52.000. L’ opera ebbe una magnifica edizione cinematografica nel 1959. Fu chiamato lo stesso regista Rouben Mamoulian per la direzione ma la produzione di Samuel Goldwin cambiò idea ben presto e affidò la regia ad Otto Preminger che guidava due attori di talento come Sidney Poitier e Dorothy Dandridge (i due erano doppiati però da Robert McFerrin, padre di Bobby, e Adele Addison). Nel cast erano presenti anche Sammy Davis Jr e Pearl Bailey e il film fu un successo mondiale. In seguito ci furono altre riduzioni cinematografiche, televisive, radiofoniche e in forma di concerto ma furono le incisioni discografiche a diffondere l’opera capillarmente. Ad iniziare dalle magiche voci di Ella Fitzgerald in coppia con Louis Armstrong nel 1957 a quelle di Ray Charles e Cleo Laine nel 1976. La riduzione jazz fatta da Miles Davis con gli straordinari arrangiamenti di Gil Evans nel 1959 è diventato un vero must ma sono davvero moltissime le intepretazioni nel jazz a cominciare da Billie Holiday nel 1936 a Sidney Bechet nel 1939. Eccelsi artisti come John Coltrane e Duke Ellington incisero la canzone nel 1960 e 1961. I grandi artisti pop si sono impossessati di “Summertime” realizzando fantastiche versioni a cominciare da quella di Janis Joplin e i suoi Big Brother and the Holding Company. Nina Simone la ebbe tra i suoi cavalli di battaglia ma da citare ci sono anche Al Jarreau, Mahalia Jackson, Chet Baker, Billy Eckstine, Stan Getz, Keith Jarrett, Caetano Veloso, Paul McCartney, The Doors, Ten Years After, Annie Lennox, Mina, Sam Cooke, Al Green, Joni Mitchell, R.E.M., Peter Gabriel, Nick Drake, Frank Sinatra, Angelique Kidjo, Billy Idol con Slash.

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