Nobel per la Pace per due: Nadia e Denis, modelli di altruismo

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di ELIANA NARCISI (ELIANA ENNE) –

Quest’anno il Nobel per la Pace se lo aggiudicano in due, ma la motivazione è la medesima: Nadia Murad e Denis Mukwege sono attivisti per i diritti civili premiati per il loro impegno volto a porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra. Nadia Murad Basee Taha è una giovane irachena appartenente alla minoranza etnica Yazida. Nel 2014 i miliziani dell’Isis sono arrivati a Kocho, villaggio dell’Iraq settentrionale dove la comunità Yazida era rifugiata e lo hanno raso al suolo. Hanno ucciso brutalmente tutti gli uomini e rapito le donne più giovani e i bambini. Nadia era una delle oltre seimila ragazze fatte prigioniere. Le hanno sterminato davanti agli occhi l’intera famiglia. Lei all’epoca aveva appena ventun anni. L’hanno portata nella città di Mosul, dove insieme alle altre prigioniere è stata quotidianamente picchiata, seviziata, bruciata con mozziconi di sigarette e violentata. «Sono stata una delle prede di guerra insieme a bambini di nove e dieci anni. – afferma – Hanno fatto a loro quello che hanno fatto a me». Nadia però non si è mai arresa. Nel novembre dello stesso anno è riuscita a fuggire, ha camminato per settimane, si è nascosta dove ha potuto e infine ha raggiunto il campo profughi di Duhok e da lì, finalmente, la Germania.

Una volta libera, al sicuro, avrebbe potuto scomparire nell’anonimato e rifarsi legittimamente una vita. Invece ha deciso di dare voce alle migliaia di schiave del Califfo, di impegnarsi per tutte le vittime, per quelle che lo sono state, per quante non ce l’hanno fatta e oggi sono morte e per quelle che purtroppo sono ancora prigioniere. Ha trovato la forza e il coraggio di denunciare al mondo intero cosa accade in Iraq. Ha fatto nomi e descrizioni degli aguzzini dell’Isis e ha chiesto e ottenuto audizione presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu per discutere, per la prima volta nella storia dell’Organizzazione, di tratta di esseri umani e di stupro come arma di guerra. Ha ottenuto l’incarico di ambasciatrice e ha potuto raggiungere i campi profughi e aiutare i rifugiati (ed è per questo che riceve continue minacce dell’Isis, che l’ha classificata come uno dei nemici da eliminare). Ha ottenuto l’istituzione di un’apposita Commissione d’inchiesta proprio su quanto accade in Iraq e ora chiede per il suo popolo il riconoscimento del genocidio. «Da bambina sognavo di laurearmi in Storia. – dice Nadia – Oggi sogno che le donne e i bambini in Medio Oriente possano ottenere il riconoscimento dei diritti come esseri umani».

Denis Mukwege è un chirurgo e si è specializzato in ginecologia in Francia. Aveva ottime possibilità di carriera e invece ha deciso di tornare in Congo, a Bukavu, nella sua città natale, per fondare nel 1998 il Panzi Hospital, ospedale in cui ci si occupa esclusivamente di curare i danni fisici interni causati dalla violenza sessuale, specie sulle bambine. Denis è uno dei massimi esperti mondiali di queste problematiche. La Repubblica Democratica del Congo è terra martoriata dalle guerre e stando a quanto riportato dalle inchieste ufficiali, durante i conflitti veniva violentata una donna al minuto e quasi sempre in branco. Un ritmo feroce che ha lasciato una lunga scia di patologie, prima fra tutte l’Aids. Nel 2012 Denis è stato invitato a tenere un discorso alle Nazioni Unite e qui ha pubblicamente denunciato l’impunità per gli stupri di massa compiuti nella sua terra e il silenzio della Comunità internazionale e la connivenza del suo Governo. Meno di un mese dopo, quattro uomini armati sono piombati in casa sua nel cuore della notte per ucciderlo. Denis è riuscito a fuggire, ha cercato e ottenuto riparo all’estero, in Europa. Avrebbe potuto restare qui, al sicuro, e coi suoi titolo avviare una carriera di sicuro successo. Invece a gennaio 2013, dopo appena due mesi, è tornato nella sua città, a Bukavu, per aiutare la sua gente, che affettuosamente lo chiama da sempre “Il medico che ripara le donne”.

Queste sono le persone da prendere come modello, vittime di guerre e di atrocità che però, anziché occuparsi oggi – legittimamente – di se stessi, spendono ogni giorno della loro esistenza per aiutare gli altri e combattere affinché non succeda più quello che è accaduto a loro.

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