La lingua italiana, questa grande sconosciuta

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di GIUDITTA CASTELLI –

Gli alunni leggono male e scrivono peggio, beccandosi a volte, a torto, le qualifiche di dislessici e disgrafici. La radice del problema è nella Scuola Primaria

Dopo il lungo ponte natalizio lunedì 8 gennaio riapriranno le scuole. Tanti i problemi da affrontare, ma ce n’è uno che pesa come un macigno: la nostra Scuola ha smesso di insegnare italiano.

Per dare una dimensione dell’estensione del fenomeno si rinvia all’appello fatto al presidente Mattarella e al Miur, lo scorso febbraio, da seicento docenti fra linguisti, storici, filosofi, matematici, costituzionalisti, economisti e sociologi, i quali  denunciano che in Italia gli studenti non sanno l’italiano: scrivono male, leggono poco, si esprimono a fatica. Senza contare il linguaggio scorretto e oscuro veicolato dalle  circolari ministeriali e testi normativi. Nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana.

Sembra quasi che gli italiani non conoscano più l’importanza della loro lingua e del perchè vada studiata.  Eppure stiamo parlando della quarta lingua franca (più parlata nel mondo), davanti al francese, al tedesco, al russo, al portoghese e  al giapponese. Sul piano culturale l’italiano è la lingua principale del melodramma nel mondo, basti pensare al successo mondiale di Luciano Pavarotti. La letteratura italiana è una delle primissime a livello mondiale: uno sviluppo continuo dal XIII secolo ad oggi. I nostri Petrarca, Gramsci, Leopardi sono i più amati e letti all’estero. E che dire dell’Arte Italiana, in particolare rinascimentale, meta ambita di turisti stranieri, senza ignorare la moda e l’enogastronomia italiana nel mondo? Ci sono poi i fenomeni geopolitici che hanno portato la lingua italiana ad essere la prima per estensione nel mondo: lingua della Chiesa Cattolica, lingua dell’emigrazione nell’ultimo secolo (circa 40mila italiani emigrati in Argentina, Usa, Canada, Australia, Germania, Francia e Belgio), ed è, con meno orgoglio, anche la lingua di Cosa Nostra e di altre organizzazioni criminali sparse nel mondo.

La denuncia su una scuola che non insegna più l’italiano,  viene  soprattutto dal noto linguista e filologo, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, prof. Francesco Sabatini, che in più occasioni, non  ultima  in un articolo pubblicato ad ottobre sul Corriere della Sera, parte dalle radici del problema: la scuola Primaria.  «Nella scuola primaria “modernizzata” – afferma Sabatini – viene insegnata in maniera sempre più approssimativa per la mancata considerazione del complicato processo cerebrale che consente il suo apprendimento attraverso l’attivazione, a fini linguistici, di un nuovo canale sensoriale, la vista, in aggiunta all’udito, con l’apporto fondamentale delle operazioni della mano». Quello che noi chiamiamo anche “Apprendimento attivo attraverso le immagini mentali” e “Funzionalismo linguistico”. Continua Sabatini: «La nostra scuola deve ancora scoprire che l’italiano in Italia è la lingua prima, della quale il nostro cervello, se non vive in ambiente paritariamente bilingue, deve servirsi per “conoscere” nella maniera più ravvicinata e stabile il mondo: le cose e i fenomeni, e sviluppare su di essi i ragionamenti, da quelli elementari a quelli più complessi, che si sono formati in tutti i campi del sapere, specialmente attraverso la scrittura». Anche il ragionamento logico matematico poggia sui fenomeni linguistici e non viceversa.  Mentre dal suo blog Aldo Giannuli, ricercatore di Storia  Contemporanea all’Università degli Studi di Milano introduce uno degli aspetti strettamente collegato all’abbandono nelle nostre scuole dello studio approfondito, dinamico e valoriale della Lingua Italiana.  Si studi  pure l’inglese, anzi di più, ma perché questo deve coincidere con una resa senza condizioni all’egemonia culturale americana e dobbiamo rinunciare a difendere il nostro spazio culturale? Nulla  contro lo studio dell’Inglese già dalla scuola dell’Infanzia, riconoscendone in pieno la sua importanza, ma questo non significa dover relegare o svuotare l’insegnamento della nostra lingua madre, come di fatto sta avvenendo.

Ma il prof. Sabatini rincara la dose: «Una sottovalutazione che si accompagna da un lato alla convinzione che ormai serve solo la scrittura elettronica (si dimostra di ignorare che lo scrivere a mano coinvolge tutto il nostro corpo), dall’altro a un incontrollato desiderio di molti insegnanti di “andare avanti”, per insegnare quanto prima la “grammatica”, che ritengono necessaria fin dall’inizio (ma così non è) o per elevare il proprio ruolo a far bella figura con i docenti della Media e con i genitori. Intanto il bambinetto e la bambinetta leggono male e scrivono peggio, beccandosi a volte, a torto, le qualifiche di dislessici e disgrafici, che distorcono tutto il loro percorso scolastico successivo».